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LIFF2018 – I vincitori del Concorso critici dedicato a Marco Valerio
LIFF2018 – I vincitori del Concorso critici dedicato a Marco Valerio
lunedì 25 giugno 2018 alle 13:59

La vincitrice della Seconda Edizione del Concorso per giovani critici cinematografici non professionisti dedicato a Marco Valerio è Diana Cardani con la recensione “A Song to Remember” del film Coco di Lee Unkrich e Adrian Molina.

La giuria ha premiato “A Song to Remember” per la brillantezza e la lucidità della struttura e dell’analisi critica, sviluppata con eloquenza piena e distesa, ma non per questo non appassionata, e con una coerente percezione del mondo e delle forze che lo regolano e lo sorreggono, tra nostalgia e sentimento del tempo, tra fiaba e struggimento, tra lacrime e memorie, fuse in un abbraccio indistinto, in una danza colorata di morte e di speranza.

Una recensione che si propone di impugnare “un oggetto che può creare irreversibilmente delle forme”, facendo aderire meravigliosamente tale paradigma al valore irrinunciabile, intimamente contemporaneo e troppo spesso pigramente svilito della scrittura critica. Sorprendente, inoltre, la capacità di ipotizzare coraggiosamente l’impossibile e di storicizzare in maniera avventata e spericolata il patrimonio inesauribile del cinema d’animazione di epoche anche molto lontane. Senza mai smarrire, tuttavia, concisione e nettezza, ma esaltandone il potere associativo e creativo in quanto approdo illuminante, inebriante gioco fanciullesco, rigenerante avamposto di libertà, identità, unicità.

Nella categoria over 30, il vincitore è Stefano Delibra con la recensione “Vogliamo vivere! Il grido di speranza degli esuli siriani” nell’ultimo film di Aki Kaurismäki, The Other side of Hope.

La giuria ha premiato “Vogliamo vivere! Il grido di speranza degli esuli siriani” per l’abilità di immortalare la disarmante e anarchica vocazione umanitaria del regista preso in esame dall’analisi, attraverso un’articolazione millimetrica e granitica del discorso critico e riferimenti altrettanto precisi e puntuali al tessuto del film e ai suoi snodi, narrativi, tematici e nevralgici, oscillanti tra nerissimo sarcasmo brecthiano e limpidissima umanità utopica. Un testo che, attraverso una nitida messa a fuoco aperta alle sfaccettature e alla chiarezza enunciativa, identifica ed enuclea i flussi migratori e capitalisti della contemporaneità, senza per questo negare l’altro lato della barricata, l’altra faccia della medaglia, i mille volti e le altrettante molteplici, problematiche, disperate implicazioni.

Ecco le due recensioni vincitrici!

A song to remember di Diana Cardani

Recensione del film Coco di Lee Unkrich e Adrian Molina

Ritagliare forme con la carta è una delle prime imprese per un bambino: l’idea d’impugnare un oggetto che può creare irreversibilmente delle forme diventa un gesto carico di responsabilità, un rito di passaggio al mondo adulto. Non è un caso che l’incipit di Coco sia raccontato sui “papel picado”, riquadri di carta ritagliata: come delle forbici in mano ad un bimbo, Coco si fa strumento nelle mani del regista che, attraverso un linguaggio abitualmente associato all’infanzia, quello dell’animazione, può veicolare un messaggio tutt’altro che fanciullesco.

Un messaggio che è, insieme, metacinematografico e che, come in una favola, ci riporta indietro nel tempo, precisamente nel 1926, anno in cui le silhouette di carta di Lotte Reiniger si animano nel suo Le avventure del Principe Achmed, dando vita ad un nuovo genere. Quei riquadri colorati sopra cui i ritagli di carta si muovono con la tecnica dello stop-motion ricordano i festoni messicani che, in Coco, sono animati dalla computer grafica: l’evoluzione tecnologica che ha inevitabilmente coinvolto anche il cinema d’animazione, non dimentica il suo passato e come tutto sia cominciato.

Proprio questo è il compito di Miguel, non dimenticare: a causa dell’abbandono subìto dalla bisnonna Coco da parte del padre musicista, nella famiglia Rivera la musica è vietata da generazioni. Sarà durante il “día de los muertos” che il piccolo protagonista, guidato proprio dall’innata passione per la musica, riuscirà a riportare nella sua casa l’armonia che da tempo era stata perduta.

Lui stesso capirà, durante un viaggio nell’aldilà ricco d’incontri e di magia, quanto sia importante la famiglia e, soprattutto, il valore del ricordo.

In una sorta di sequel di Inside Out, dove la ragazzina di undici anni è qui una nonnina al culmine della sua esistenza, il viaggio figurativo delle emozioni diventa metaforico: nella mente di Mamá Coco il labirinto della memoria a lungo termine si sta svuotando completamente; Miguel cercherà di salvare il ricordo più importante evitando di farlo sprofondare, anch’esso, nel baratro della memoria. In quel luogo carico di passato che è l’aldilà solo Miguel, unico ragazzino tra un’infinità di anime, può portare a termine questo compito, e il motivo è la musica che scorre nelle sue vene, lo strumento per eccellenza talmente potente da evocare ricordi e trasferire emozioni.

Il cinema d’animazione in particolar modo, orchestra di emozioni, ha da sempre fatto della musica uno dei suoi ingredienti principali, fin dalle origini: è la musica a muovere ritmicamente le silhouette di carta della Reiniger, così come è la chitarra di Miguel a scatenare le ossa di Héctor, il suo compagno di viaggio nella terra dei morti, in un ballo improvvisato.

Dunque non è un caso che, a dare il titolo al film, sia proprio Mamá Coco: l’anziana protagonista è la chiave che, attraverso le melodie del passato, è in grado di dare armonia alle future generazioni; ed è solo durante il “día de los muertos” che questo miracolo può avvenire in quanto unica cultura in grado di associare alla morte, pensiero impossibile nella mente di un bambino, i colori e la vitalità dell’infanzia. Coco funziona nello stesso modo: facendosi portavoce del cinema d’animazione guarda al passato, alle sue origini, riuscendo contemporaneamente a fare leva su emozioni forti creando nuovi testimoni della magia che solo questo genere può suscitare.

Vogliamo vivere! Il grido di speranza degli esuli siriani di Stefano Delibra

Recensione del film The Other Side of Hope di Aki Kaurismäki

La speranza riprende fiato nell’ultimo film di Aki Kaurismäki che affronta il cocktail di drammatica attualità politica e morale dell’immigrazione e delle sorti dei rifugiati siriani.

Il film, insignito del premio per la migliore regia al festival di Berlino, si mantiene fedele, sia nella forma che nei contenuti, alla consolidata poetica universale e atemporale del regista finlandese e, pur con il consueto stile da fiaba agrodolce surreale e malinconica, non rinuncia a lanciare i suoi potenti intendimenti morali.

Un giovane immigrato siriano, di nome Khaled, arriva in modo fortuito nel porto di Helsinki in fuga da Aleppo, dove i bombardamenti hanno appena distrutto la sua casa e buona parte della sua famiglia, ad eccezione di sua sorella Miriam, che egli cerca disperatamente di rintracciare per ricongiungersi con lei.

La sua vita si incrocia con quella di Wikström, un commesso viaggiatore di mezza età con il vizio del gioco d’azzardo, che dopo aver lasciato la moglie ed aver vinto una forte somma al gioco, rileva un decadente ristorante ed i suoi laconici dipendenti, ai quali, dopo essere fuggito dalla polizia che voleva rimpatriarlo, si unisce anche Khaled, che vi trova accoglienza ed un lavoro.

Il ristorante con i suoi locali, sospesi in una realtà metafisica e surreale, diventa lo spazio che ospita le vite un po’ stralunate e dimesse di Wikström e dei suoi dipendenti ed in cui risplende la carica di umanità e di solidarietà che li spinge ad aiutare Khaled contro una parte della società e delle istituzioni che lo perseguita con ogni mezzo.

L’atmosfera del film, grazie anche alla colonna sonora ed alla fotografia dai colori luminosi e desaturati, esalta il nitore espressivo dell’essenziale (il valore dell’uomo e la sua dignità) in contrapposizione alla rappresentazione dell’assurdità del male nelle sue manifestazioni storiche (la guerra e le sue atrocità, l’odio e l’egoismo dei razzismi e dei nazionalismi).

Il film dimostra ancora una volta che, di fronte all’ennesimo evento storico di perdita di senso e di ragione, la guerra siriana e la conseguente tragedia dei rifugiati – per dirla con Hannah Arendt – solo il bene sembra essere radicale ed universale nel mondo, mentre il male è innaturale e frutto di egoismi individuali e di contingenze particolari, di deviazioni temporanee dal comportamento naturale. Khaled sembra aver bisogno di ricevere gesti di solidarietà e di umanità meno di quanto molti cittadini finlandesi abbiano bisogno di compierne. Da questa dinamica origina il primo messaggio del film, quasi religioso: se l’amore e la bontà sono al fondo di gesti disinteressati verso gli ultimi ed i bisognosi non viene da chiedersi che quei gesti originino da qualcosa di più grande che li fonda e li inspira?

Il secondo messaggio del film, più ideologico, sembra essere che il denaro ed il capitalismo sono i responsabili del decadimento e della mercificazione dei rapporti umani. Ogni gesto di aiuto e solidarietà, compreso quello del camionista che viaggia fino alla Lituania per recuperare la sorella di Khaled, è gratuito e disinteressato e remunerato dalla moneta del sentimento di umanità.

Questo è il messaggio più utopistico del film e forse il vero altro volto della speranza, cioè che un nuovo umanesimo si sostituisca universalmente alla corruzione delle relazioni umane causata dalla tirannia dei “rapporti di produzione”. Forse è pura utopia, ma grazie a Kaurismaki che con un film così bello e poetico non smette di raccontarlo.

Articolo di Redazione