La locandina del film "Babel"

In Marocco un pastore (Said Tarchani) affida ai due figli un fucile per scacciare gli sciacalli. Richard (Brad Pitt) e Susan Jones (Cate Blanchett) sperano che un viaggio in Nord Africa possa aiutarli a superare la loro crisi coniugale. Una badante messicana (Adriana Barraza) emigrata negli Stati Uniti, per non dover rinunciare al matrimonio del figlio, decide di portare con sé i due bambini che le sono stati affidati. In Giappone una ragazza sordomuta (Rinko Kikuchi) cerca di superare il dolore per il suicidio della madre.

Il progetto più ambizioso del regista Alejandro González Iñárritu e dello sceneggiatore Guillermo Arriaga è la rappresentazione di un'inquietudine esistenziale globalizzata: al centro della storia ci sono ben tre continenti, accomunati da storie individuali che parlando di dolore, incomunicabilità e solitudine. Affresco dolente di un mondo dove nemmeno le barriere linguistiche e culturali possono scalfire lo smarrimento che unisce tutti i protagonisti di un'epoca storica dominata da egoismi, diffidenza verso il prossimo, fragilità emotive e senso di inadeguatezza. Le quattro storie trovano un legame narrativo tra loro (piuttosto precario e, per certi versi, gratuito, va detto) rimarcando così l'imprevedibilità del destino e le difficoltà di sopravvivenza che equiparano le realtà raccontate, benché, alla fine, a pagare le conseguenze peggiori siano i più poveri e indifesi. Confezionato mirabilmente (splendida la fotografia di Rodrigo Prieto e memorabili almeno un paio di sequenze girate in Giappone) e impreziosito da interpretazioni di notevole fattura (oltre a Adriana Barraza e Rinko Kikuchi, entrambe nominate all'Oscar, da sottolineare la bravura di Brad Pitt e di buona parte degli attori non professionisti coinvolti), il film soffre però di un certo schematismo di fondo, rivelatore di un'eccessiva costruzione a tavolino che ne mina la sincerità e la spontaneità delle intenzioni. Ne emerge così un'opera interessante ma per certi versi ambigua, meno profonda di quanto vorrebbe apparire e più votata a un sensazionalismo emozionale, come mostra una costruzione narrativa a incastro non sempre funzionale. Ultima collaborazione tra Iñárritu e Arriaga. Premio per la miglior regia al Festival di Cannes e sette nomination all'Oscar, ma solo una statuetta conquistata per la colonna sonora composta da Gustavo Santaolalla.

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