La locandina del film "Black Dahlia"

Los Angeles, 1947. Al macabro ritrovamento del cadavere dell'aspirante giovane attrice Elizabeth Short (Mia Kirshner), ribattezzato “Dalia Nera” dalla stampa dell'epoca per via della tendenza a indossare abiti scuri, segue l'ossessiva ricerca della verità da parte di due poliziotti (Josh Hartnett e Aaron Eckhart), uniti dall'amore per la stessa donna (Scarlett Johansson).

Poco felice trasposizione dell'omonimo romanzo (1987) di James Ellroy, a sua volta ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto e misteriosamente irrisolto, Black Dahlia è un thriller laccato e calligrafico, avvolto dai fumi delle sigarette e dagli effluvi dei drink sorseggiati dai personaggi. Ennesimo tentativo depalmiano di spiegare al pubblico quanto possa essere significativo e generativo il potere di un'immagine sullo schermo: per questo motivo aumentano a dismisura audizioni e screen test filmati (quasi assenti nel libro), unici strumenti in grado di scoprire la verità. A ciò si aggiunge la schematica (e francamente scontata) visione di Hollywood come divoratrice di anime: da De Palma ci si aspetta ben altro. Non manca qualche spunto interessante nella descrizione dell'ambiente in cui si muovono i protagonisti, grazie alla torbida fotografia di Vilmos Zsigmond. Aaron Eckhart e Josh Hartnett sono ridotti a bambolotti inespressivi e male utilizzati, Scarlett Johansson, alle prese con un personaggio a metà tra Lana Turner e Veronica Lake (la sua Kay porta il cognome di quest'ultima, peraltro), è decisamente fuori parte e Hillary Swank non ha il physique du rôle per calarsi nei panni di una ricca ereditiera dalle saffiche inclinazioni.

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