La locandina del film "BlacKkKlansman"
Una scena di "BlacKkKlansman"

Colorado, anni Settanta. L'agente di polizia Ron Stallworth (John David Washington) ha l'idea di infiltrarsi nel Ku Klux Klan locale. In quanto afroamericano, però, potrà condurre l'operazione solamente al telefono, mentre per le azioni concrete avrà bisogno di un collega bianco intenzionato a sostituirlo (Adam Driver).

A soli due anni di distanza dall'interessante Chi-Raq (2016), Spike Lee torna dietro la macchina da presa per continuare la sua battaglia politica contro il razzismo statunitense. A cavallo tra commedia e poliziesco, BlacKkKlansman fatica sin da subito a ingranare la marcia adeguata, a causa di una struttura narrativa piuttosto debole. Sviluppando un intreccio elementare e sbrigativo, ciò che più sembra mancare all'appello è una componente comica degna di nota capace di sposare a dovere la pista poliziesca. Anche l'omaggio alla cultura pop e all'immaginario audiovisivo del decennio in cui il film è ambientato risultano un po' sterili e grossolani, proprio perché al regista di Atlanta sembra interessare esclusivamente il versante "politico", messo in scena attraverso alcune scelte di grande impatto (il montaggio alternato nel prefinale) che però sono in parte vanificate da momenti troppo enfatici. Tutto questo viene esplicitato in maniera estremamente invadente (non si contano, ad esempio, le elementari stoccate alla presidenza Trump), in un'opera che si chiude con un epilogo fuori luogo del quale si poteva fare a meno. L'esperienza di Spike Lee si vede nelle sequenze più concitate e in alcune trovate visive di notevole fascino (tra cui si possono inserire gli omaggi alla blaxploitation, il cinema afroamericano di serie B degli anni ’70), eppure il tutto rischia di passare in secondo piano, offuscato dalla greve lezione morale alla quale lo spettatore sembra non aver scampo. Da menzionare positivamente, però, il bel montaggio alternato tra i leader dei due gruppi rivali mentre cercano di motivare i membri dei rispettivi schieramenti: per un discorso tanto importante, Spike Lee ha scelto come capo del black power il grande Harry Belafonte. Vincitore del Grand Prix della Giuria al Festival di Cannes.

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