La locandina del film "Breaking In"

Quando i suoi due figli vengono presi in ostaggio in una casa progettata per essere impenetrabile, per una madre (Gabrielle Union) ha inizio una corsa contro il tempo nel tentativo di penetrarvi e salvare i due ragazzi.

Quinto lungometraggio di James McTeigue, regista che si era fatto apprezzare con il suo esordio V per vendetta (2005) e che dopo quell’opera prima non è praticamente più riuscito ad azzeccarne una. Non inverte la tendenza neanche questo fiacco e inconsistente thriller, poco credibile e incapace di tenere alta la tensione soprattutto nella ridondante parte centrale. Le premesse narrative per un prodotto di buon livello indubbiamente non c’erano fin dal soggetto, ma Breaking In riesce anche a peggiorare la sua scarsa trama di partenza con una sceneggiatura che si fa sempre più vuota col passare dei minuti. Forse, McTeigue ha cercato di mettere insieme alcune due tendenze del cinema americano degli ultimi anni: l’attenzione alle persone di colore e le tematiche legate al #MeToo e al potere femminile, ma gli ingredienti (furbetti) non vengono mai amalgamati efficacemente e non si lascia davvero alcuno spunto degno di nota allo spettatore al termine della visione. Inadeguata, inoltre, Gabrielle Union per un ruolo di questo tipo.

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