La locandina del film "Cabaret"
Una scena di "Cabaret"

Berlino, 1931. Negli anni della repubblica di Weimar, l'inglesino Brian (Michael York) si stabilisce in città. Qui incontra la vulcanica Sally (Liza Minnelli), una soubrette che per campare si esibisce al Kit-Kat Club. I due si muovono in una Berlino che sta cambiando: il nazismo intanto si diffonde a macchia d'olio, e l'ingresso nelle loro vite di un affascinante tedesco (Helmut Griem) lascerà più d'una cicatrice.

Ispirato alle Berlin Stories (1945) di Cristopher Isherwood, e all'omonimo musical di Broadway del 1966 targato Kander & Ebb, è il miglior film tra quelli diretti dal coreografo, regista, attore e sceneggiatore Bob Fosse, genio visionario di indiscutibile talento. Il film è una geometria ossessiva, caleidoscopica e scomposta: il puzzo del nazismo imperante si mescola ai profumi pesanti degli avventori e degli artisti del Kit-Kat Club, alle dinamiche e ai triangoli sentimentali, a un sesso che si consuma in maniera dolorosa ma estetizzante. In Cabaret non ci sono buoni e cattivi, ma numeri musicali memorabili e straordinari, che Fosse inquadra con netta crudeltà al montaggio, macerando la propria visionarietà ai vezzi di un racconto amarissimo. Liza Minnelli, in uno spietato gioco di identificazione tra attrice-ruolo, diventa la languida, petulantissima soubrette Sally Bowles; la sua dolente interpretazione è indimenticabile, i suoi occhi graffiano e piangono, la sua voce è imperfetta ma potentissima. Maybe This Time, Mein Herr, Cabaret: la figlia di Vincente e Judy Garland vive sulla propria pelle il dissidio della protagonista, e il risultato spezza i cuori, in ogni senso. Non sono da meno Michael York, spalla efficace, e soprattutto Joel Grey nei panni del sibillino maestro di cerimonie: il duetto in cui si esibiscono insieme, Money , è un momento di grande cinema. Un riferimento assoluto all'interno del musical contemporaneo, che è anche un puntiglioso ritratto storico e culturale. Le riprese furono effettuate a Berlino Ovest, Monaco di Baviera, Lubecca in Bassa Sassonia e, per il palazzo di Max, in Schleswig-Holstein. Otto Oscar (nell'anno de Il padrino di Coppola): regia, attrice (Minnelli), attore non protagonista (Grey), fotografia (Geoffrey Unsworth), scenografia, colonna sonora (Ralph Burns), montaggio, sonoro.

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