La locandina del film "Confessions"
Una scena di "Confessions"

Impossibilitata a procedere per vie legali dal momento che in Giappone i minori di 14 anni non sono imputabili, la giovane insegnante Moriguchi (Takako Matsu) annuncia ai suoi alunni tredicenni in che modo abbia deciso di vendicarsi di due di loro (denominati studente A e studente B), rei di aver ucciso la sua figlioletta Manami (Mana Ashida) di appena quattro anni.

Clamoroso cambio di rotta per Tetsuya Nakashima che, dopo il lisergico fantasy per adulti e bambini Paco and the Magical Book (2008), mette il suo gusto barocco e debordante al servizio dell'omonimo best seller letterario di Kanae Minato, firmando una pellicola cupissima e senza speranza, dimentica dei toni colorati e gioiosamente demenziali (ma pur sempre velati di una sottile malinconia) dei suoi successi precedenti. Dopo un prologo folgorante che ci avverte che la tragedia si è già consumata, Nakashima dà il via a un gelido requiem (dissimulato dietro una storia di vendetta) per un Giappone impazzito e privo di punti di riferimento, incapace di crescere i propri figli (già stanchi e votati all'autodistruzione) e dunque senza futuro. Narrazione espansa e congelata in cui il tempo è più che mai elastico, continuamente distorto e riavvolto, dilatato da un abuso di ralenti ma fondamentalmente fermo su se stesso. È un cinema polifonico e orgogliosamente pop quello di Nakashima, che qui condivide con alcuni suoi illustri colleghi — viene prima di tutto in mente lo sguardo nichilista di un regista come Sion Sono — una visione delle nuove generazioni intrisa di un pessimismo insanabile, dove stavolta ragazzini poco più che bambini sono già custodi di un male radicale (espresso in molteplici forme, dall'omicidio al bullismo fino alla semplice indifferenza) e spogliati di ogni connotazione angelica ormai inadeguata. In bilico fra il melodramma e la commedia nera, Nakashima evita qui gli eccessi straripanti ed eterogenei dei suoi titoli più noti, riuscendo a incanalare il suo estro visionario in una messa in scena di lucida compostezza geometrica che, alla fine, non può però che deflagrare in una liberatoria e annichilente esplosione. Notevole colonna sonora con brani, tra gli altri, di Radiohead, Boris e The xx.

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