La locandina del film "Il cratere"

Rosario (Rosario Caroccia) è un ambulante che regala peluche a chi pesca un numero vincente. La sua unica speranza per riuscire a sopravvivere e avere un futuro migliore è la figlia tredicenne, Sharon (Sharon Caroccia), che è bella e sa cantare. Ma il successo si farà ben presto ossessione e il talento condanna.

Muovendosi agilmente nelle pieghe del cosiddetto cinema del reale (termine ombrello che indica ormai cose distinte e spesso contraddittorie), i registi Silvia Luzi e Luca Bellino cuciono addosso a un vero padre e una vera figlia, Rosario e Sharon Caroccia, una sceneggiatura da loro elaborata in precedenza e poi plasmata intorno a due attori non professionisti presi dalla strada, dal talento grezzo e mai sbocciato, portato per la prima volta sullo schermo in tutta la sua purezza. Il punto di forza del film non è certo l’arco narrativo, che di fatto si muove a pieni polmoni nel territorio della fiction ed è abbastanza fragile e standardizzato, ancorato a un’idea di pedinamento già ampiamente esperita e in parte anche stanca e logora. Il film della coppia Luzi-Bellino riesce in compenso a gettare il cuore oltre l’ostacolo lavorando molto sui primissimi piani dei due notevoli attori protagonisti (gli occhi fissi in macchina della protagonista non si dimenticano), sul fuori fuoco e sul fuori campo, su un sonoro in presa diretta di notevole rilievo che attraverso la spina dorsale offerta da un’unica canzone neomelodica napoletana riesce a restituire tutto il dolore e le ferite della crescita della giovane protagonista. Un film di sicuro imperfetto ma anche vitalissimo, attraversato da momenti di squassante commozione (la scena dell’esibizione in tv col sonoro attutito, ripresa dal padre) e di epidermica poesia (la sequenza della giostra, in tal senso, è forse il momento più memorabile). Di notevole impatto anche il finale, che utilizza il digitale e il materiale d’archivio privato (i filmini dell’infanzia) mescolando affetto e coercizione e fondendo il bisogno d’evasione da una realtà aliena e soffocante a un ultimo afflato d’amore. Il cratere del titolo, per i registi è "una terra di vinti, spazio indistinto, rumore costante”, ma anche il nome di una costellazione debole e incerta, invisibile perché estremamente luminosa, percepibile più che altro in primavera e solo dal sud del mondo (evidenti i rimandi alla giovane Sharon). Presentato alla 32esima Settimana della Critica a Venezia 2017 e in concorso al festival di Tokyo, dove la giuria capitanata da Tommy Lee Jones gli ha assegnato lo Special Jury Prize (il più alto riconoscimento mai vinto da un film italiano nel festival asiatico).

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