La locandina del film "Demolition"

Davis (Jake Gyllenhaal) è un ricco investitore newyorkese che vede il mondo crollargli addosso con la morte della moglie (Heather Lind) in un incidente stradale. Per dare sfogo al suo dolore, si ritrova a scrivere una lettera di reclamo a una ditta di distributori automatici, che diventa in realtà un lungo racconto autobiografico: le sue parole colpiscono Karen (Naomi Watts), addetta al servizio clienti, e tra i due scocca la scintilla.

Melodramma datato nei modi e nei tempi, Demolition basa tutta la sua forza sulle interpretazioni di due solidi attori (in effetti la performance di Gyllenhaal specialmente è ricca di intensità e sfumature, mentre meno efficace risulta la Watts). Peccato che la regia di Jean-Marc Vallée appiattisca uno script che già rischia di pescare a piene mani dalla retorica, spingendo sulla lacrima facile, come già aveva fatto con il sopravvalutato Dallas Buyers Club (2013): anche in quel caso, il cineasta sembrava poggiarsi totalmente sulla forza interpretativa di Matthew McConaughey e Jared Leto, senza impegnarsi dal lato visivo e creativo. Questa volta i suoi tentativi di dare sale alla regia (movimenti di macchina azzardati, colonna sonora invasiva) risultano piuttosto posticci, ma il vero problema del film è la difficoltà a suscitare un minimo interesse dello spettatore, poco coinvolto dal percorso di Davis e urtato dalle forzature che ogni tanto cercano di esasperare il cinismo. Una pellicola che crede di essere intelligente ma non riesce a parlare al pubblico non può dirsi riuscita e Demolition, con i suoi cliché e le sue facili metafore (la smania di Davis di distruggere l’interno del suo appartamento per ricostruire una nuova vita), sicuramente non lo è.

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