La locandina del film "Divina creatura"

Roma, anni Venti. Il fascinoso duca Daniele di Bagnasco (Terence Stamp) si innamora follemente di Manoela Roderighi (Laura Antonelli), avvenente borghese legata da un ambiguo rapporto al cugino, il marchese Michele Barra (Marcello Mastroianni). Tra scoperte raggelanti e morbose macchinazioni, il triangolo degenererà presto, lasciando spazio alla tragedia.

Dal romanzo La divina fanciulla di Luciano Zuccoli, un dramma dall'aura languida e forzatamente decadente diretto da Giuseppe Patroni Griffi, anche sceneggiatore con Alfio Valdarnini. Al centro della narrazione, il torbido di un rapporto a tre che vorrebbe metaforizzare l'incombente degenerazione nazionale, con il palesarsi delle derive fasciste: ambizioni notevoli, ma il tutto si riduce a un'operazione glaciale e puramente incentrata sulla forma, in cui l'impianto strutturale e lo sviluppo narrativo risentono di un ritmo catatonico e di incoerenze decisamente indigeste. Certo, il personaggio di Manoela è potenzialmente abbastanza interessante da affascinare (in bilico perenne tra l'oggettivizzazione del corpo e l'ansia di rivalsa), ma la caratterizzazione si avvicina al grado zero; e a rimanere impressa è solo una scena di nudo, il che è abbastanza significativo. Laura Antonelli, in ogni caso, compensa con la sua straordinaria bellezza le carenze attoriali; impacciato e svogliato Marcello Mastroianni. Michele Placido è Martino Ghiondelli. Confezione impeccabile: musiche di Ennio Morricone, fotografia di Giuseppe Rotunno, costumi di Gabriella Pescucci. Presentato in concorso al Festival di Berlino.

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