La locandina del film "12 anni schiavo"

1841. L'afroamericano Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), uomo libero, viene sottratto alla sua famiglia e portato nelle piantagioni della Louisiana, dove è costretto a vivere in schiavitù per dodici anni, sottoposto ad angherie e maltrattamenti. Sottomesso al sadico Edwin Epps (Michael Fassbender), lotta con tutte le sue forze per non perdere la sua umanità.

Al suo terzo film dopo gli insoliti e coraggiosi Hunger (2008) e Shame (2011), Steve McQueen, trova la definitiva consacrazione internazionale con questo affresco magistrale su un'infame pagina di storia, tratto dalle memorie del vero Northup. In un momento in cui lo schiavismo nordamericano sembra essere un argomento in voga (il film esce pochi mesi dopo Django Unchained di Quentin Tarantino, 2012), l'afro-britannico McQueen lo affronta rifuggendo ogni retorica e pomposità, scansando i cliché razziali, distendendo la narrazione nell'infinita, straziante, odissea di Solomon (ottimo Ejiofor, premiato con il Golden Globe): non un eroe, ma un uomo deciso a restare tale, a “vivere” anziché a “sopravvivere”. Dopo il martirio fisico e mentale imposto al sodale Fassbender nei due precedenti film, qui il corpo seviziato e dis-umanizzato è quello della giovane ma già bravissima Lupita Nyong'o, mentre all'attore feticcio è riservato il ruolo del brutale aguzzino. La sequenza della tortura (un notevole piano-sequenza) che li vede contrapposti è impressionante, ma la sofferenza rappresentata è quella di un intero popolo, sublimata nella toccante esecuzione musicale di Roll Jordan Roll. Superbo il cast stellare di contorno, con Brad Pitt anche produttore. Trionfo agli Academy Awards con tre Oscar conquistati: Miglior film, sceneggiatura non originale di John Widley e attrice non protagonista, andato alla Nyong'o.

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