La locandina del film "End of Justice — Nessuno è innocente"

End of Justice — Nessuno è innocente

Roman J. Israel, Esq.

GENERE:

Drammatico

NAZIONE:

Canada, Emirati Arabi Uniti, Usa

Anno:

2017

Durata:

122 min

Formato:

col

Una scena di "End of Justice — Nessuno è innocente"

Roman (Denzel Washington) è un avvocato di Los Angeles: lavora in uno studio che si occupa di clienti appartenenti a classi sociali bisognose, spesso impossibilitati ad avere una difesa degna di questo nome. Roman ha un carattere che lo spinge a non trattenersi dinanzi a palesi ingiustizie e non si risparmia mai. Tuttavia le cose si complicheranno fino al punto in cui Roman si farà tentare da un'azione illegale.

Seconda regia per il regista e sceneggiatore Dan Gilroy, fratello di Tony e già autore, dietro la macchina da presa, di Lo sciacallo - Nightcrawler (20014), End of Justice - Nessuno è innocente è un film di impianto solido e dalla sceneggiatura particolarmente calibrata e curata, improntata a una fermezza drammaturgica di cui Gilroy stesso aveva già dato prova in passato. Anche grazie a una notevole performance di Denzel Washington, nominato all’Oscar e alla sua miglior prova d’attore da molti anni a questa parte, il film racconta con buona cura e notevole tensione dialettica la vicenda di un avvocato penalista di colore a dir poco sfaccettato, un idealista ma con la mente affollata da un pragmatismo irrinunciabile: un dissidio che porterà il personaggio, e con lui tutto il film, a scontrarsi con non pochi dilemmi etici e morali, che riempiono una vicenda che fa i conti con la crisi economica, con la perdita del lavoro, con le implicazioni utilitaristiche di ogni causa per la quale lottare, anche la più nobile e, in apparenza, irreprensibile. Riflessione sulla debolezza e sull’umanità come essenze costitutive, il film appare granitico nella prima parte, dove attivismo legale e diritti civili si fondono mirabilmente e Washington, capello cotonato e spazio tra i denti a connotare il suo ruolo, ha modo di spiccare e, qua e là, di giganteggiare. Col passare dei minuti il film si fa però più macchinoso e programmatico, perdendo mordente e approdando a una seconda parte troppo debole e sfiatata per reggere il confronto col primo blocco, comunque non esente da alcuni didascalismi. Rimangono però piuttosto d’impatto, pur con qualche schematismo di troppo, la forza declamatoria del film, il suo peso retorico in rapporto all’America di oggi e al contesto urbano e sociale di Los Angels, per non parlare della capacità di mettere in scena un caso in cui un avvocato si ritrova a difendere un uomo colpevole, rimanendo a sua volta impantanato in una palude di colpevolezza vera o presunta, in cui i confini della legge si confondono e si sfumano.

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