La locandina del film "La famiglia Savage"
Una scena di "La famiglia Savage"

I fratelli Jon (Philip Seymour Hoffman) e Wendy Savage (Laura Linney) vivono a chilometri di distanza senza avere più contatti l'uno dall'altro e sono profondamente infelici, soprattutto a causa di un'infanzia segnata dalle scarse attenzioni paterne e dall'assenza della madre. Quando l'ultima compagna del padre Lenny (Philip Bosco) muore, i due vengono informati che l'uomo non è autosufficiente, a causa della demenza senile. Il ricongiungimento degli affetti non sarà facile.

Secondo lungometraggio di Tamara Jenkins, in cui è evidente l'influsso di Alexander Payne, tra l'altro produttore della pellicola. La regista, però, riesce a costruire un suo preciso discorso, cui far risalire una poetica personale e mai banale: cosa non semplice ogni volta che ci si ritrova dalle parti di un racconto che coinvolge vecchiaia, gioventù difficile e insoddisfazione verso la propria stagnante condizione umana. È assolutamente funzionale alla descrizione del personaggio il fatto che Jon sia uno studioso di Brecht, perennemente in lotta con la propria soffocante realtà e che Wendy abbia il volto insieme forte e indifeso di Laura Linney, che fa della propria espressione una maschera d'insicurezza spiazzante. Giocando tutto sul rapporto conflittuale vissuto dai due fratelli, la Jenkins fa oscillare la pellicola con grazia tra la commedia e il dramma, con sferzate di humour nero e sarcasmo che evitano il precipitare nell'abusato terreno del melodramma più scontato e banale. Qualche lungaggine di troppo si sente, soprattutto nella parte centrale, ma resta un film sentito e capace di toccare corde profonde. Strepitoso il cast, con una menzione speciale per un grandioso Philip Seymour Hoffman.

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