La locandina del film "Fanny & Alexander"
Una scena di "Fanny & Alexander"

Svezia, 1907. Membri dell'agiata famiglia borghese degli Ekdhal, guidata dalla autoritaria ma comprensiva ex attrice Helena (Gunn Wållgren), che ha a cuore il futuro di figli, nuore e nipoti, i giovanissimi Fanny (Pernilla Allwin) e Alexander (Bertil Guve), suggestionati dalla propria lanterna magica, si confrontano con i primi traumi della vita: la morte del padre Oscar (Allan Edwall), il difficile rapporto con il pastore protestante Vergérus (Jan Malmsjö), sposato in seconde nozze dalla madre Emilie (Ewa Fröling), l'incapacità di decifrare il volere di Dio.

«Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono. Su una base insignificante di realtà, l'immaginazione fila e tesse nuovi disegni». Uno dei più grandi ritratti familiari mai apparsi sul grande schermo, concepito da Ingmar Bergman come un compendio definitivo del proprio cinema, intriso di paura, angoscia ma anche di energia vitale. Con straordinaria maestria, l'autore svedese riesce a restituire una narrazione solenne, maestosa e magniloquente, permeata di rigore nordico, che passa dal dramma alla riflessione esistenziale, incrociando vita, cinema, teatro, arte e letteratura (Hoffmann, Ibsen, Strindberg, Shakespeare). Sotto il segno di un alto magistero stilistico, ricopre un ruolo centrale il sottotesto religioso (colpa, espiazione, perdono), che esplode nell'opprimente ostilità incarnata dalla guida spirituale del vescovo Vergérus, uomo di fede votato ad austerità e vetusta purezza. Complementi d'arredo, orpelli, drappi, sculture e mobili antichi della sontuosa dimora degli Ekdhal avvolgono un microcosmo trasversale che vive in una dimensione ovattata al di là di qualsiasi coordinata spazio-temporale. Ricchissimo e complesso, Fanny & Alexander scorre potente annientando ogni confine dettato da una convenzionale suddivisione di genere. Calata in un'atmosfera onirica, la pellicola vanta una marcata componente magica (statue che prendono vita, visioni soprannaturali, spiriti) che diventa elogio della fantasia più libera e inviolabile, in grado di confondere verità e menzogna, maschere e fantasmi, realtà e immaginazione. La violenza della parola («Se esiste un Dio, è un Dio di cacca e di piscio che vorrei prendere a calci in culo») o delle immagini (la morte di Oscar, le laceranti urla di Helena) racchiudono il doloroso carico di sofferenze con cui l'uomo è costretto a confrontarsi. Cruciale per esprimere l'imperscrutabilità del disegno di Dio è il confronto tra Alexander, sempre più consapevole della propria condizione, e il tirannico Vergérus, mostruosamente barricato dietro a Verità e Giustizia divine. Fotografia di Sven Nykvist, eccezionale nell'uso del colore e della profondità di campo. Nella colonna sonora Britten, Bell, Chopin, Jacobs e Schumann. Esiste una versione integrale di 312 minuti trasmessa dalla TV svedese. Premio FIPRESCI alla Mostra del Cinema di Venezia. Quattro premi Oscar (film straniero, fotografia, scenografia, costumi) più altre due nomination (regia e sceneggiatura), tre David di Donatello (film, regista e sceneggiatore straniero), Nastro d'argento al regista del miglior film straniero, Golden Globe e Premio César per il miglior film straniero.

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