La locandina del film "Ghost Stories"

Il Professor Philip Goodman (Andy Nyman) è un docente di psicologia noto a tutti per il suo proverbiale scetticismo nei confronti di qualsiasi evento sovrannaturale, tanto che conduce un programma televisivo nel quale smaschera false sedute spiritiche e sedicenti sensitivi. Quando, tramite una misteriosa lettera, gli viene affidato il compito d'indagare su tre sconcertanti casi di attività paranormale, Goodman inizia a scavare sempre più a fondo, ignaro del fatto che i tre casi finiranno per rivelare misteri terrificanti e ben oltre la sua stessa immaginazione.

Non è certamente comune che il cinema horror prenda spunto dal teatro. È però questa la genesi di Ghost Stories, opera per il palcoscenico di notevole successo che i due autori Andy Nyman e Jeremy Dyson hanno deciso di portare anche sul grande schermo. Il modello è quello dei classici horror a episodi degli anni Sessanta, con tre brevi storie di fantasmi che utilizzano tutti i cliché del genere. Un omaggio al passato che affascina, ma che rimane vittima di una scrittura un po’ banalotta per quanto riguarda i tre capitoli messi in scena, incapaci di andare oltre qualche spavento ben assestato e limitati da una sceneggiatura scarsamente metaforica e ancor meno appassionante. Ben più interessante è il disegno d’insieme, quello che riguarda il protagonista Philip Goodman e non i casi che deve risolvere: è un personaggio che incuriosisce, valorizzato dall’efficace performance di Philip Goodman. Dopo un andamento complessivamente altalenante e poco incisivo, è (almeno) la conclusione a sorprendere: il finale è notevole, seppur un po’ pretestuoso, e riesce a ridare una certa dignità a quanto si è visto in precedenza.

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