La locandina del film "Grand Budapest Hotel"

1932. Monsieur Gustave H. (Ralph Fiennes) è l'apprezzato concierge del Grand Budapest Hotel, rinomato albergo sulle montagne della Repubblica di Zubrowka, nonché guida e maestro di un giovane lobby boy di nome Zero (Tony Revolori). Alla morte di una delle sue più affezionate ospiti, gli viene lasciato in eredità un costoso dipinto che gli causerà una lunga serie di guai.

Wes Anderson ci ha abituato a vedere la realtà filtrata e rimodellata attraverso il suo particolare e riconoscibile immaginario. Ma è solo in Grand Budapest Hotel che il regista americano usa quello stesso immaginario per raccontarci la Storia con la S maiuscola, mantenendo intatto il nucleo primario del proprio cinema, ovvero i rapporti familiari (in questo caso una fratellanza disfunzionale tra i due protagonisti), ma dando vita, allo stesso tempo, a una cornice riconducibile alla Vecchia Europa. Pertanto, in un immaginario hotel di lusso (il Grand Budapest appunto) degli anni ‘30, arroccato tra i monti di un'altrettanto immaginaria repubblica dell'Est Europa, si agita sullo sfondo l'ombra della guerra e l'avanzata della piaga nazista. Grand Budapest Hotel è un film pervaso da una forte componente nostalgica che guarda con mesta rassegnazione, attraverso diversi piani narrativi e una costruzione a scatole cinesi, ai tempi andati di cui rimane solo un commosso ricordo come eredità per i posteri. Il Gustave H. di Ralph Fiennes diventa per Anderson simbolo di quei tempi, una figura carica di virtù quanto di vizi, impeccabile, premurosa e severa, per i suoi sottoposti e soprattutto per il giovane Zero (Toni Revolori). Anderson ha perseguito anche in questo caso con enorme convinzione la sua ben precisa idea di cinema, riuscendo a evolversi senza distaccarsi dalle proprie precise linee guida e raggiungendo con Grand Budapest Hotel la completa maturità, sia di scrittura che di tecnica. Un grande omaggio (anche) al cinema degli anni Trenta e a registi come Jean Renoir ed Ernst Lubitsch. Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino 2014 e quattro premi Oscar: migliori costumi (Milena Canonero, alla quarta statuetta vinta in carriera), miglior scenografia, miglior trucco e miglior colonna sonora (Alexandre Desplat).

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