La locandina del film "Green Book"

Tony Villalonga, detto Toni Lip (Viggo Mortensen), è un uomo dai modi rozzi che lavora come buttafuori. Si ritrova però a riprendere il suo vecchio lavoro e a fare da autista a Don Shirley (Mahershala Ali), un pianista afro-americano incredibilmente dotato nella musica.

Ambientato nella New York degli anni ’60, ma costruito come un lungo viaggio on the road attraverso le diverse anime dell’America e in particolar modo degli Stati del Sud, notoriamente i più razzisti, Green Book è una contagiosa e irresistibile commedia che trova nella dimensione da buddy movie - una sorta di A spasso con Daisy (1989) al contrario - e nel sodalizio tra i due protagonisti un’alchimia preziosa e appagante. I due personaggi al centro della vicenda possiedono infatti degli spiccati tempi comici, al servizio di una sceneggiatura a orologeria in cui anche le gag più gustose ed esilaranti sono puntualmente mirate alla connotazione psicologica di entrambi e al loro essere esemplificativi di due anime dell’America, quella spudoratamente bianca e quella sommessamente di colore. Il loro legame, quasi del tutto basato su un pirotecnico gioco dei contrasti, muove da una reciproca diffidenza iniziale, ma lungo il percorso acquisirà brio, sfumature e spiragli di riflessione non indifferenti. Si tratta di un progetto senz’altro scaltro e furbissimo nell’ammiccare continuamente agli spettatori, ma capace di condensare al suo interno uno spaccato a stelle e strisce lussureggiante e polifonico, ben oltre la dicotomia tra rozzezza ed eleganza che separa Tony e Shirley. Il film, infatti, è a tutti gli effetti un catalogo di situazioni assai studiate ma allo stesso tempo travolgenti, in cui molti elementi scompaiono e ritornano, tra risate e malinconia, e le parentesi più sgradevoli e dissonanti sono appena suggerite, lasciando intelligentemente allo spettatore il compito di sanare e ricomporre alcune fratture identitarie e sociali, tra pregiudizi etnici e differenze di classe (con un epilogo da fiaba natalizia che fa pensare irrimediabilmente a Una poltrona per due di John Landis). Viggo Mortensen è semplicemente strepitoso nei panni di Villalonga, una sorta di bifolco alla Tony Soprano: l’attore fa il pieno di divertissement e strizzate d’occhio, si concede parolacce e intermezzi da italo-americano duro e puro e la sua metamorfosi corporea, con un appesantimento fisico non indifferente e un grande lavoro vocale, è il cuore del film di Peter Farrelly (regista curiosamente al timone di un progetto più mainstream e rassicurante, un feel good movie pulitissimo per regia e scrittura, dopo aver firmato insieme al fratello Bobby delle commedie demenziali particolarmente popolari, come Scemo & più scemo e Tutti pazzi per Mary). Mahershala Ali, tuttavia, non è affatto da meno. Il titolo fa riferimento al The Niro Motorist Green Book, itinerario che i neri dovevano seguire negli anni ’60 se volevano avere la certezza di viaggiare senza ficcarsi nei guai e rischiare la pelle. Vincitore del Premio del Pubblico al Toronto Film Festival, Green Book si è portato a casa numerosi riconoscimenti, tra cui tre Oscar: miglior film, miglior sceneggiatura originale e miglior attore non protagonista a Mahershala Ali.

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