La locandina del film "Heimat 2 – Cronaca di una giovinezza"

Heimat 2 – Cronaca di una giovinezza

Die zweite Heimat – Chronik einer Jugend

GENERE:

Storico, Drammatico

NAZIONE:

Germania, Gran Bretagna, Spagna, Svezia, Francia, Norvegia, Finlandia, Austria, Danimarca, Australia

Anno:

1992

Durata:

1532 min

Formato:

col, b/n

Dieci anni di storia della Germania, dal 1960 al 1970, visti attraverso gli occhi di Hermann Simon (Henry Arnold), andato via di casa appena diciannovenne per studiare composizione al conservatorio di Monaco.

Seconda parte del gargantuesco progetto Heimat, composta da 13 episodi di circa 2 ore ciascuno per un totale di 25 ore e 32 minuti: ogni episodio si concentra su uno o due anni e, pur mantenendo una continuità narrativa principale, si incentra di volta in volta sulla linea di uno dei tanti personaggi satellite del giro di amici e conoscenti di Hermann. Pur seguendo la stessa impostazione di fondo di Heimat (1984), ossia l'idea della Storia come prodotto delle storie dei singoli uomini (come esplicita anche la battuta-programmatica pronunciata dal “matto” di Monaco a inizio del primo episodio: «La storia la fanno gli uomini e i loro amici, non sono i grandi che la fanno né i moti popolari né le ideologie. La storia la fanno i comuni mortali e i loro amici»), Heimat 2 – Cronaca di una giovinezza si pone l'obiettivo di raccontare ed esplorare la “seconda patria”, quella seconda terra d'adozione che da adulti scegliamo per costruire il nostro proprio percorso nel mondo, l'Heimat delle scelte e dei cambiamenti radicali, lontani da casa, per costruirsi un nostro futuro libero e indipendente. Ma la “seconda Heimat” è anche quella di una Germania alla sua “ora zero”, dopo la notte della guerra, e all'alba di una nuova era di ricostruzione e rinnovamento. Hermann e i suoi amici (poeti, medici, filosofi, letterati, registi, musicisti) sono il simbolo della generazione nata durante il Secondo conflitto mondiale e del quale deve innanzitutto sopportarne il peso degli strascichi ideologici: una fanciullezza risvegliatasi adulta con ancora nella testa gli incubi notturni del nazismo, il crollo di un popolo, il suo debito etico con l'umanità. Ma il cinema poetico-narrativo di Reitz si innalza al di sopra della Storia, attingendo all'universale. Ne consegue un affresco struggente e toccante, tenero e doloroso, profondo e partecipato, vivo e palpitante della gioventù di ogni tempo e luogo: con la forza di una forma poetica e simbolica, dove ogni immagine è unita all'irresistibile potenza di una narrazione al limite della perfezione, leggiadra nel suo procedere e densa di significati e rimandi letterari, storici e filosofici, Reitz mette in scena in modo magistrale ambizioni e speranze, delusioni e contraddizioni della giovinezza, di un popolo quanto di ogni uomo e donna di questo mondo, in cui il bianco e nero appartiene al giorno e il colore (e il calore) alla notte, nel tentativo di rovesciare ogni incubo in sogno, di imporre la propria personale e radicale rivoluzione, di elaborare l'“inelaborabile” e guardare la Storia dritta in faccia per risanare il debito dei padri. Nel lasciarsi trascinare in questo maelstrom di puro cinema, ogni singola emozione possibile viene suscitata: una esperienza di arte e vita che ognuno dovrebbe, almeno una volta nella propria esistenza, vivere dal primo all'ultimo fotogramma, per vedersi, capirsi, ritrovarsi. Capolavoro.

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