La locandina del film "The House That Jack Built"

The House That Jack Built

The House That Jack Built

GENERE:

Drammatico, Thriller

NAZIONE:

Danimarca, Francia, Germania, Svezia

Anno:

2018

Durata:

155 min

Formato:

col

Circa 12 anni nella vita di Jack (Matt Dillon), un serial killer che racconta di aver ucciso decine e decine di persone. È per lui il momento di ricordare gli episodi più significativi della sua carriera da assassino, confessandosi a un misterioso interlocutore…

Il testamento di Lars von Trier. Un viaggio all’interno della (sua) mente. Un viaggio all’interno del (suo!) cinema. Un viaggio all’interno del (suo?) inferno. Cinque anni dopo il doppio progetto di Nymp()maniac, Lars von Trier torna dietro la macchina da presa per un prodotto il cui battage pubblicitario prima dell’uscita è stato, come sempre, degno della fama del suo controverso autore: riferimenti a Vampyr (1932) di Carl Theodor Dreyer nelle immagini di lancio, una trama ridotta all’osso con von Trier che racconta di essersi ispirato a Donald Trump e di aver realizzato il film più estremo e violento della sua carriera. La provocazione massima, però, è stata forse quella di non aver sottolineato come The House That Jack Built sia la sua pellicola più intima e personale, quella in cui von Trier si mette definitivamente a nudo di fronte alla macchina da presa, rendendo lo stesso Jack (straordinario Matt Dillon) un suo esplicito alter ego. In un momento in cui il protagonista si confessa tramite le immagini del cinema, sono i precedenti film del regista (ma c’è anche la serie The Kingdom) a riempire lo schermo, ma è questo intero lungometraggio un contenitore delle sue ossessioni e delle sue perversioni, della sua macabra ironia (si tocca anche il nazismo, argomento che l’ha portato a essere espulso dal Festival di Cannes 2011) e ricco di tanti accostamenti azzardati nella messinscena. E in questo film c’è anche il grande progetto mai realizzato da von Trier, quel Wasington che avrebbe dovuto concludere la “trilogia americana” iniziata con Dogville (2003) e proseguita con Manderlay (2005): non a caso The House That Jack Built è ambientato proprio nello stato di Washington, e chissà che le idee di quel progetto scomparso non siano confluite in parte in questa nuova pellicola. Il titolo del film prende spunto da una filastrocca per bambini, in una nuova chiave ossimorica che tanto ha fatto bene al cinema del regista danese. Ci sono immagini magnifiche che guardano alle incisioni di Blake e a Delacroix (c’è un tableau vivant da La barca di Dante), un finale che lascia a bocca aperta per il modo in cui il regista giudica Jack e se stesso, un’intrusione autorizzata nella mente di un serial killer come raramente se ne sono viste nel cinema degli ultimi tempi e, pur a fronte di qualche prolissità, una forza narrativa di grandissimo spessore. In The House That Jack Built c’è tutto questo, e anche di più, ma ciò che scuote maggiormente è proprio quel desiderio sincero e spontaneo dell’autore di parlare di se stesso, non in chiave meramente autocelebrativa ma utilizzando il cinema come il lettino di uno psicanalista desideroso di scovare cosa si nasconda oltre lo schermo. E forse proprio per questo, e un po’ a sorpresa, il film che maggiormente si può accostare a quest’opera è Il grande capo (2006), la sua notevole e troppo dimenticata commedia. Lì i dipendenti della piccola azienda rappresentavano metaforicamente gli spettatori delle sue pellicole e le reazioni di fronte ai suoi film; qui sono le vittime di Jack a essere estrema allegoria delle emozioni vissute dal pubblico nei suoi confronti: c’è chi lo deride (la prima vittima), chi non si fida (la seconda), chi s’innamora e chi ne ha paura, molte donne (con cui, non a caso, Jack dice che si trova meglio a lavorare che con gli uomini: come von Trier con le sue attrici) con cui viene ancora una volta messo in scena un rapporto conflittuale e delicato. Un inferno sulla terra, quello realizzato da Jack che vuole a tutti i costi costruire la sua abitazione, ma il percorso del protagonista – diviso in diversi capitoli – ha un epilogo dantesco in cui i Campi Elisi sono attraversati da falciatori del grano, perfetta sintesi di ciò che il cinema di von Trier è sempre stato: un cinema che parla della morte (personificata come falciatrice), che cerca il passato della sua arte di riferimento (ancora Dreyer) e delle altre (la pittura di Millet), ma sempre rivolto al futuro, a cercare una nuova luce con cui si possa sperimentare e andare avanti. Anche a costo di rimanerne abbagliati o di crollare tra le fiamme. Presentato fuori concorso al Festival di Cannes, dove il pubblico si è detto perlopiù scandalizzato e in molti hanno abbandonato la proiezione ufficiale ben prima dell’inizio dei titoli di coda.

Nei cinema

In TV

In streaming