La locandina del film "Io c'è"
Una scena di "Io c'è"

Massimo Alberti (Edoardo Leo) è il proprietario del "Miracolo Italiano", bed & breakfast un tempo di lusso ridotto ormai ad una fatiscente palazzina. La crisi che ha messo in ginocchio l'attività sembra non aver scalfito i suoi dirimpettai, un convento gestito da suore sempre pieno di turisti. Ecco l'illuminazione: se vuole sopravvivere, Massimo deve trasformare il "Miracolo Italiano" in luogo di culto. Ma per farlo deve prima fondare una sua religione. È la genesi dello "Ionismo", la prima fede che non mette Dio al centro dell'universo, ma l'Io.

Dopo lo stralunato e strampalato Orecchie (2016), che aveva dalla sua molte trovate acide e altrettante stramberie, Alessandro Aronadio si cimenta con la sceneggiatura e la regia di Io c’è e incappa in un progetto curioso e ambizioso nelle intenzioni, ma paurosamente convenzionale negli esiti. Tra ralenti western sulle suore, solitari e puzzle con protagonista Papa Francesco e altre amenità tra il surrealismo e il cartoon, i paradossi sulla religiosità che il film vorrebbe affrontare, attraverso una piccola, paradossale distopia (o forse utopia) sacra in linea con l’epoca dei selfie e del narcisismo narrativo di massa, si trasformano in un autogol lungo un film, dove le risate sono stiracchiate e i momenti riusciti ridotti al lumicino. La capacità di graffiare, pur su un tema così spinoso, è ridotta al minimo; è apprezzabile tuttavia il coraggio nel maneggiare una materia così alta, ma gli esiti sono il più delle volte rigidi e convenzionali. Non è certo un film blasfemo, Io c’è, e il suo desiderio di fotografare le contraddizioni positive e negative di qualsivoglia culto è abbastanza lucido, ma col passare dei minuti la sensazione è quella di una baracconata un po’ ambigua, che non risparmia nemmeno disabili, emarginati, tardone con improvvise voglie sessuali e giovani donne malate, pur di strappare la risata (?) a tutti i costi. Senza mai convertirsi, in tutti i sensi, in qualcosa di più sensato e meritevole d’attenzione. A dir poco lacunosa la scrittura dei personaggi di contorno, dalla sorella di Massimo, Adriana (Margherita Buy) allo scrittore senza lettori Marco (Battiston), passando per la misteriosa Teresa (Giulia Michelini). A Massimiliano Bruno, ancora una volta, tocca il personaggio più volgare e sopra le righe. Il solito Leo è anche sceneggiatore.

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