La locandina del film "Io sono tempesta"

Io sono tempesta

GENERE:

Drammatico, Commedia

NAZIONE:

Italia

Anno:

2018

Durata:

97 min

Formato:

col

Numa Tempesta (Marco Giallini) è un uomo d'affari che gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro e abita da solo in un immenso hotel deserto, pieno di letti in cui non riesce a chiudere occhio. Un giorno, però, la legge gli presenta il suo conto salato: a causa di una vecchia condanna per evasione fiscale, dovrà scontare un anno di pena ai servizi sociali in un centro di accoglienza. Tra gli ospiti del luogo c’è Bruno (Elio Germano), uomo caduto in disgrazia con figlio a carico.

Scritto dal regista insieme a Sandro Petraglia e a Giulia Calenda, è il film in assoluto più sgangherato e discutibile di tutta la filmografia di Daniele Luchetti, che tocca il suo personale nadir. Attraverso la semplice giustapposizione di barboni ed escort, di poveracci rappresentati senza nemmeno la dignità della macchietta e finanzieri terribilmente piacioni ma sulla carta “senza scrupoli”, il regista orchestra una sorta di commedia venata di fiabesco, trincerandosi dietro un tono un po’ da opera buffa ma sbagliando in realtà tutto il possibile, dalla scrittura dei personaggi ai tempi comici passando per i toni del racconto. Un film irricevibile e sfiatato, pieno di strizzate d’occhio pretestuose (perfino una citazione fuori controllo a Shining al cospetto della quale si trasalisce), di trovate ridanciane di quart’ordine e del consueto scambio dei ruoli alla Una poltrona per due (1983), che qui non produce però nessun esito di rilievo, essendo i personaggi troppo malmessi, approssimativi e mal scritti anche per la più fiacca e ridondante delle farse. Totalmente fuori parte sia Giallini che Elio Germano, per non parlare della strisciante e un po’ inspiegabile misoginia di fondo e dell’abuso di musiche brillanti come contrappunto al degrado urbano e suburbano. Nel finale, se possibile, il film gira ancora più a vuoto, limitandosi a simulare una vena frizzante mai davvero emersa fino a quel punto. Il prodotto avrebbe preso spunto, secondo gli autori, dalla condanna di Silvio Berlusconi ai servizi sociali, ma già in fase di soggetto l’ideazione della sceneggiatura è virata (rovinosamente) su qualcos’altro e su una figura pretestuosa e indefinita (la sensazione, non a caso, è quella di trovarsi di fronte a una prima stesura semilavorata della sceneggiatura). In ogni caso da evitare.

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