La locandina del film "Lazzaro felice"
Una scena di "Lazzaro felice"

Una sperduta comunità rurale abitata da una piccola comunità di braccianti è governata dalla Marchesa Alfonsina de Luna (Nicoletta Braschi), nota come "La regina delle sigarette". La severa padrona sfrutta senza scrupoli i lavoratori, i quali, lontano da ogni forma di cultura e contatto con la società che li circonda, vivono in totale armonia con la natura. Tra questi, si distingue Lazzaro (Adriano Tardiolo), giovane dall'animo gentile che dà tutto se stesso per gli altri. L'incontro con Tancredi (Luca Chikovani/Tommaso Ragno), figlio della Marchesa, sarà per il ragazzo l'inizio di una incredibile avventura.

Dopo il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes ottenuto con Le meraviglie (2014), Alice Rohrwacher (classe 1981), al suo terzo lungometraggio, torna dietro la macchina da presa con un'opera ambiziosa che sembra codificare in toto il personale e rischiosissimo approccio alla materia cinematografica della regista e sceneggiatrice toscana. Sostanzialmente diviso in due parti, collocate in due epoche differenti per restituire un discorso sulla contemporaneità preciso nelle intenzioni ma non sempre efficace nel risultato finale, il film si presenta come una parabola pasoliniana in cui gli attori, in gran parte non professionisti, si muovono in un contesto poetico connotato da allegorie e simbolismi spesso ingombranti, tra rimandi cristologici, riferimenti evangelici e ispirazioni francescane. Una favola che guarda a un cinema lontanissimo dalle mode, rischiando nella messa in scena e nel tentativo, spesso riuscito, di mettere la poesia in immagini attraverso una via di alto valore concettuale. Dopo una prima parte di alto livello, in cui le suggestioni metafisiche non mancano, si manifestano in maniera sempre più marcata le frizioni tra l'atmosfera magica fuori dal tempo e le rabberciate esigenze di realismo, nonostante il quadro complessivo non diventi mai pretestuoso. Un film che vola alto e cade in più di una occasione (soprattutto nel finale), lirico ma grossolano, teorico ma didascalico. In ogni caso, da vedere. Centrale è il personaggio di Lazzaro, figura fortemente spirituale, di innata purezza, che intraprende un percorso intriso di misticismo. Girato a Bagnoregio, nel Lazio. Premio per la miglior sceneggiatura a Cannes, ex aequo con Three Faces (2018) di Jafar Panahi.

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