La locandina del film "Lorna"
Una scena di "Lorna"

Lorna (Lorna Maitland), violentata da un avanzo di galera (Mark Bradley), si lega all'uomo che ha abusato di lei, nonostante sia già sposata all'ordinario Jim (James Rucker).

Un Russ Meyer agli albori, ancora lontano dalle esplosioni pop di sesso e violenza dei suoi film più famosi. Lorna, avvolto in un fascinoso bianco e nero (la cui scelta, come testimoniato da Meyer stesso, fu giustificata da mere ragioni di budget), cade presto vittima di una struttura semplicistica e ruffiana, che non disdegna simbolismi d'accatto e che banalizza e appiattisce il potenziale di fondo. Il film si ispira vagamente a Riso amaro (1949) di Giuseppe De Santis, ma Meyer non fa molto di più che tenere il controllo della sua produzione (è anche soggettista, montatore, direttore della fotografia e autore della colonna sonora), inserire qualche elemento interessante (la figura contestuale del predicatore James Griffith) e valorizzare le bellissime forme della protagonista Lorna Maitland, ex ballerina di Las Vegas promossa qui a prim'attrice, dilaniata dal sentimento sessuale nella provincia rurale più squallida e deteriorata che si possa immaginare. Un film sulla liberazione femminile? In maniera marginale può darsi, sebbene non sia trascurabile, in questa direzione, lo sviluppo garantito dall'epilogo. Più che altro, però, racconta i sentimenti, il dolore e il corpo in maniera incolore, proprio come la sua fotografia.

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