La locandina del film "Mektoub, My Love: Canto Uno"

Mektoub, My Love: Canto Uno

Mektoub, My Love: Canto Uno

Una scena di "Mektoub, My Love: Canto Uno"

1994. Durante una estate nel Sud della Francia, l’aspirante sceneggiatore Amin (Shaïn Boumedine), appena tornato da Parigi, trascorre le sue giornate con i familiari, gli amici e le ragazze che frequentano la piccola località balneare in cui sta passando le vacanze. Il suo cuore batte per Ophélie (Ophélie Bau), ma non sarà facile per Amin trovare il giusto momento per dichiarare i propri sentimenti.

Dimostrando una invidiabile coerenza tematica e stilistica, Abdellatif Kechiche, a quattro anni da La vita di Adele (2013), torna a esplorare un preciso quanto fugace momento di esistenza vissuta, portando l’amore per la vita e per il cinema nell’incantevole scenario della riviera francese baciata da sole. Tratto da un romanzo di François Bégaudeau (anche se la sensazione è che Kechiche abbia preso molta ispirazione anche dalla sua storia personale), Mektoub, My Love: Canto Uno è un fluviale racconto di emozioni autentiche e dettagli colti in una ordinaria quotidianità che ha i tratti del grande romanzo di formazione, costruito come una successione di maxi sequenze che passano in rassegna la spontaneità del sentimento amoroso, il piacere della convivialità più spensierata, la forza accentratrice dei rapporti umani. Straordinario lo studio sui corpi (femminili), simbolo di bellezza formosa e fertilità, ripresi con una grazia che non viene mai meno neanche nel lungo amplesso che apre il film. Il quadro impressionista offerto dal regista tunisino trova nell’assolato paesaggio costiero una tela di rara forza espressiva che spesso si tinge di malinconia, senza però mai suggerire l’ipotesi di una svolta brusca volta a una innaturale drammaticità. E la scrittura, fitta e densa come solo l’Arte più raffinata sa essere, segue il placido scorrere degli eventi, alternando lunghissimi ed estenuanti dialoghi a momenti di distensione che tendono alla contemplazione. Impossibile non citare la sequenza della nascita degli agnellini e il debordante ballo in discoteca, dove immagini e suoni si fondono magistralmente. Il risultato è un monumentale inno alla libertà e al puro godimento delle occasioni, più o meno mancate, che ci offre la vita. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

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