La locandina del film "La mia vita con John F. Donovan"

In un momento di crisi, la star della Tv americana John F. Donovan (Kit Harington) intraprende un scambio epistolare con un giovanissimo fan, l'aspirante attore di undici anni Rupert Turner (Jacob Tremblay), aprendogli le porte del proprio cuore e svelando i turbamenti di un segreto celato agli occhi di tutti. Diversi anni dopo, in una lunga intervista alla giornalista Audrey Newhouse (Thandie Newton), Turner (Ben Schnetzer) ripercorre la vita e la carriera di Donovan, dall'ascesa sino al declino causato da uno scandalo tutto da dimostrare.

Stroncato dalla critica internazionale dopo la presentazione in anteprima mondiale al Toronto Film Festival 2018, rimontato più volte dallo stesso Dolan (che ha tagliato il personaggio di Jessica Chastain in fase di post-produzione), La mia vita con John F. Donovan è sicuramente il progetto più travagliato e problematico di tutta la carriera dell'autore canadese. Giocato su due piani temporali diversi (il 2006 e il 2017), il film rappresenta un maldestro e ingenuo, ma indubbiamente sincero, tentativo di Dolan di uscire dalle coordinate abituali del proprio cinema, per gettare uno sguardo sui lati meno accomodanti dello star system hollywoodiano, nella sua dimensione reale, quella di Donovan, e in quella speculare riflessa nella mente sognante del piccolo Rupert. Il risultato è una pellicola tanto coraggiosa nel gettare il cuore oltre l'ostacolo, quanto rabberciata sotto il profilo della scrittura (di Jacob Tierney e dello stesso Dolan), che vuole essere un ritratto cinico sul "backstage" del mondo del cinema senza però riuscire mai veramente ad affondare il colpo, rincorrendo un senso di meraviglia che arriva solo a tratti allo spettatore e suona attutito e smorzato da un apparato formale troppo patinato e inerte, con tanto di ingombrante e costante voice over. I legami tra le esistenze dei due protagonisti appaiono spesso forzati, nonostante la contrapposizione tra la chiusura emotiva di Donovan e la forza dell'immaginazione di Rupert riesca a colpire nel segno. Gran parte dei temi (rapporto madre/figlio, omosessualità repressa, fragilità emotiva), ricorrenti nel cinema di Dolan, tendono a manifestarsi in maniera fastidiosamente enfatica, senza che un ipotetico tono da melodramma sopra le righe possa giustificarne una presenza così marcata. Le intuizioni di alto livello non mancano, ma sono concentrate tutte nella prima parte del film, quando la storia vive di suggestioni dense di fascino. Nella seconda parte, anche a causa degli infiniti rimaneggiamenti subiti dalla sceneggiatura (nei cinque anni tra la stesura della prima versione a quella definitiva, Dolan ha realizzato altri film), la coerenza interna alla vicenda si sfilaccia sempre più, lasciando il posto a un cortocircuito narrativo che fatica a trovare il giusto finale. È in fondo un film sul cinema, che trova gli slanci migliori quando si nutre esso stesso di tutte le potenzialità espressive che può offrire la Settima arte, in termini di sospensione magica, di desiderio di evasione e di esaltazione dell'artificio filmico tout court. In buona sostanza, un'opera "sbagliata" ma ricca di intuizioni, che strizza l'occhio agli scandali che coinvolgono l'industria cinematografica, tenendosi però alla larga dal gossip o da riferimenti troppo espliciti alla contemporaneità che rischierebbero di far invecchiare male l'intera vicenda. Natalie Portman e Susan Sarandon interpretano, rispettivamente, le madri di Rupert e John Donovan, ma un po’ tutto il cast, a cominciare dallo spaesato protagonista Kit Harington, appare sotto il livello di guardia. Convincono poco anche gli spunti autobiografici, che Dolan riversa addosso ai due personaggi principali in maniera un po’ gratuita, mentre appaiono curiosi i riferimenti alla saga di Harry Potter, che Dolan ama alla follia e che ha frequentato da vicino in quanto doppiatore francofono di Ron Weasley: si veda a tal proposito la scena in cui Michael Gambon, interprete di Albus Silente nei film tratti da J.K. Rowling, appare fugacemente confrontandosi con Donovan in una sequenza che rievoca il rapporto mentore allievo al centro del franchise ambientato a Hogwarts. Lo spunto della trama viene da una letterina carica d’ammirazione che un giovanissimo Dolan, subito dopo aver visto Titanic (1997) all’età di otto anni, scrisse al suo attore preferito di allora, Leonardo DiCaprio, firmandosi come “Xavier Dolan Tadros” e non ricevendo naturalmente nessuna risposta. Bella fotografia in Cinemascope di André Turpin, ridondanti musiche originali di Gabriel Yared.

Nei cinema

Dal 27 giugno 2019

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