La locandina del film "9 settimane e ½"
Una scena di "9 settimane e ½"

La gallerista Elizabeth (Kim Basinger) si invaghisce dell'affascinante e ambiguo John (Mickey Rourke), che la trascina in un vortice di esperienze sessuali ai limiti del lecito. Di fronte a richieste sempre più perverse, la donna inizierà a dubitare del rapporto.

Pellicola di culto per una intera generazione, il terzo lungometraggio di Adrian Lyne è un dramma erotico fintamente scandaloso perfettamente calato nell'estetica e nello spirito meramente commerciale del cinema d'evasione anni '80. Un fotoromanzo che gioca le sue carte nell'esaltare il sex appeal della super coppia glamour protagonista, diventata iconica nonostante la preoccupante inespressività di un Rourke raramente così imbambolato. Un guilty pleasure che attinge con indubitabile mestiere al mondo della pubblicità e del videoclip, puntando tutto sulla effimera bellezza di suggestioni visive postmoderne. La sceneggiatura (di Sarah Kernochan, Zalman King e Patricia Louisianna Knop, da un romanzo di Elizabeth McNeill) ambirebbe a stigmatizzare le derive oscure e morbosette dell'eros, con un classico rapporto tra dominante e sottomesso. In realtà, il tutto si riduce a una serie di sequenze slegate tra loro che indagano, in maniera smaccatamente estetizzante, perversioni, inganni e delusioni d'amore. Da citare l'orgia di cibo davanti al frigorifero, diventata uno dei simboli del film, così come il celeberrimo strip di Kim Basinger sulle note di You Can Leave Your Hat On, cantata da Joe Cocker. Notevole fotografia di Peter Biziou, musiche originali di Jack Nitzsche. Con un ignobile sequel (9 settimane e ½ – La conclusione di Anne Goursaud, 1997). Il titolo si riferisce alla durata della storia tra i protagonisti.

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