La locandina del film "Ombre rosse"
Una scena di "Ombre rosse"

Far West, 1884. Su una diligenza viaggiano una prostituta (Claire Trevor), un medico ubriacone (Thomas Mitchell), una donna incinta (Louise Platt), un avventuriero (John Carradine), un mite rappresentante di liquori (Donald Meek), un banchiere disonesto (Berton Churchill), lo sceriffo (George Bancroft) e il conducente (Andy Devine). Si unisce il ricercato Ringo Kid (John Wayne), ma il convoglio dovrà affrontare l'attacco degli Apache.

Semplicemente, il western più famoso della storia del cinema. Dal racconto Stage to Lordsburg di Ernest Haycox, influenzato da Boule de Suif di Guy de Maupassant, Ford crea l'archetipo per eccellenza del genere, a partire dalla sua dimensione spaziale (la Monument Valley diventa imprescindibile simbolo iconografico) e divistica (la consacrazione della stella John Wayne). Ma sono soprattutto la perfezione e l'universalità del racconto a farne un capolavoro destinato all'immortalità: grazie alla magistrale sceneggiatura di Dudley Nichols (inficiata dal pessimo doppiaggio italiano) va in scena un dramma da camera on the road costruito sulle personalità dei nove protagonisti, in cui deflagra un conflitto sociale dove a trionfare sull'ipocrisia perbenista sono gli outsider in cerca di redenzione (la prostituta, il fuorilegge, l'alcolizzato). Il climax narrativo conosce il suo apice nella sequenza dell'assalto indiano, tecnicamente rivoluzionario per i tempi, ma non meno antologico è il finale con duello all'ultimo sangue. Infinito l'elenco dei momenti cult, copiati dozzine di volte in tutto il cinema a venire: citiamo solo la carrellata in avanti che inquadra per la prima volta Wayne o il salvataggio in extremis con l'arrivo della cavalleria. Oscar a Mitchell come miglior attore non protagonista e alla colonna sonora. Ben due i remake: nel 1966 (I nove di Dryfork City di Gordon Douglas) e nel 1986 (un omonimo tv-movie con Kris Kristofferson, Johnny Cash, Willie Nelson e Waylon Jennings).

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