La locandina del film "Pacific Rim – La Rivolta"

Dieci anni dopo la battaglia della breccia, il programma Jaeger è diventato l'organo di difesa globale più efficace della storia. Quando i Kaiju attaccano nuovamente la Terra, l'unica speranza di salvezza risiede in Jake Pentecost (John Boyega), figlio del deceduto comandante Stacker, il quale dovrà impedire l'estinzione del genere umano.

In un articolo di qualche giorno precedente l’uscita del film, il britannico The Guardian si chiedeva se il cinema hollywoodiano del 2018 fosse affetto da daddy issues, da “problemi di paternità”, sulla falsariga di film come Tomb Raider e Nelle pieghe del tempo: un filo rosso che sembra attraversare un gran numero di produzioni, così assoggettate ai propri modelli di riferimento da soccombere spesso ad essi, e che ritorna anche nel più vitale e riottoso Pacific Rim - La rivolta di Steven S.DeKnight, che è un sequel più che mai figlio del primo film e costretto a confronti magari ingombranti con la paternità di Guillermo Del Toro, qui solo produttore e padre putativo dell’operazione a causa del suo impegno per La forma dell’acqua (2017). Lo stesso vale per il personaggio di Jake Pentecost, interpretato dal pimpante e magnetico John Boyega, che ha alle spalle un padre importante ma che fin dal nome sembra volere e dover sopperire con lo spirito, santo e sacro, di un’energia e una passione travolgenti. Lo stesso fa, dal canto suo, il film: non avendo a disposizione il cuore poetico e il romanticismo di Del Toro, che emergeva perfino sotto i martellamenti di un blockbuster rutilante e fracassone, si concentra sul design e sulle coreografie, sempre più ardite e impazzite, di una robotica ancora più spinta verso l’avanguardia futurista. Il tasso di nerdismo grafico è perfino più lussurioso del primo film e abbondano le scene che premono incredibilmente sul pedale dell’acceleratore; l’originalità rispetto al Pacific Rim del 2013 è pressoché nulla e questo sequel si trascina in maniera un po’ bolsa sul piano narrativo, accumulando scene tipiche e personaggi bidimensionali. Lo spettacolo estetico da godere a cervello spento è quello di un discreto b-movie superiore alla media, ma non basta ad alzare più di tanto le sorti di un prodotto che si dimentica facilmente al termine della visione Da segnalare uno Scott Eastwood decisamente in parte, in un ruolo carismatico finalmente all’altezza, guarda caso, della figura paterna.

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