La locandina del film "Ready Player One"

Nel 2045 la vita sulla terra è ai limiti della sostenibilità. Tutti preferiscono "migrare" su Oasis, un videogioco virtuale dove poter condurre una seconda vita. Il creatore della piattaforma, James Halliday (Mark Rylance) è morto da poco ma ha lasciato una serie di indizi che, una volta completati, eleggeranno il vincitore come legittimo proprietario di quell'universo. La caccia è aperta e il primo ad avvicinarsi al bottino è un giovane di Columbus soprannominato Parzival (Tye Sheridan).

Tratto dall'omonimo best seller di Ernest Cline (qui in veste di co-sceneggiatore), Ready Player One è un'irresistibile operazione (video)ludica diretta da uno dei registi che hanno contribuito a scolpire nella leggenda l'immaginario degli anni Ottanta in cui è calato l'intero lavoro. Steven Spielberg torna quindi a fare i conti con la fantascienza anche se bastano pochi minuti per comprendere quanto la mano del regista non sia da ricercare nei richiami (espliciti) a film come Minority Report (2002), bensì a progetti più semplici e fanciulleschi come Le avventure di Tin Tin - Il segreto dell'Unicorno (2011), anche se la sua mano va oltre il citazionismo del decennio degli ’80 per riflettere, in filigrana, sull’intrattenimento condiviso del nostro presente, veicolato dai social media e dalle forme digitali di interazione e affettività. Oasis è infatti un mondo interamente virtuale in cui tutti (Spielberg compreso) possono dare sfogo alla propria immaginazione e ottenere ciò che vogliono, costruendo degli avatar su misura, e in cui i rapporti causa effetto sono automatici e labili. Non si contano i momenti di meraviglia e stupore (la strabiliante gara automobilistica, davvero da urlo per perizia tecnica, o la scena del ballo), capaci di catturare lo sguardo dello spettatore avvolgendolo in una realtà completamente malleabile a seconda delle esigenze dell'autore-giocatore. Spielberg riparte dal cinema strizzando l'occhio a Hitchcock (il prologo con le finestre dei camper) e citando apertamente Kubrick (strepitosa la sequenza che rifà Shining), dimostrandosi il vero protagonista, o meglio, il giocatore principale del film. Certo, a guardarlo con occhi più obiettivi, Ready Player One non è esente da limiti evidenti, a cominciare da uno spunto narrativo tutto sommato esile e gestito frettolosamente (nonostante la lunga ed eccessiva durata), che si accontenta di dar vita a personaggi canonici e piatti (l'eroe, la principessa, lo strambo creatore e il cinico antagonista), destinati a un lieto fine tanto scontato quanto prevedibile nella sua pomposità fiabesca. Eppure la forza del progetto risiede proprio nel puro intrattenimento cinematografico, gestito con mano sicura da Spielberg e infarcito da una serie sterminata di riferimenti pop anni Ottanta, in grado di scongelare anche i cuori degli spettatori più esigenti (perché in fondo, come ci viene ricordato nel finale, l'importante è giocare). E al termine rimane, soprattutto, la fede spassionata sulla fiducia nella realtà e nell’Umano: il vero, inalienabile nodo poetico della coerente, eclettica, spettacolare carriera del regista, che ha alternato a questo film la lavorazione di The Post (2017) dimostrando una giovinezza di sguardo e di intenzioni a dir poco incredibile.

Nei cinema

Dal 28 marzo 2018

In TV

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