La locandina del film "Sátántangó"
Una scena di "Sátántangó"

Due manigoldi, Irimiás (Mihály Vig) e Petrina (Putyi Horváth), creduti morti quando in realtà non lo erano affatto, fanno opera di persuasione per convincere i membri di una cooperativa agricola a fondare una colonia ideale separata dalle loro case, nella quale andare a vivere tutti insieme.

Due parti e dodici capitoli, della durata complessiva di 7 ore e con quattro anni di lavoro alle spalle: è l'opera più monumentale e titanica di Béla Tarr, il geniale magiaro nel cui cinema ogni immagine è un inno alla potenza destabilizzante della settima arte e alle sue implicazioni, tanto epiche quanto tragiche. Il risultato è, in questo caso come altrove, un capolavoro torrenziale e assoluto, fluviale ed epocale, una pietra miliare inamovibile. Siamo nella pianura ungherese e il respiro tarkovskijano veicolato dall'autore raggiunge un empireo difficilmente esprimibile per chiunque altro, nel quale il massimo della dimensione apocalittica coincide con l'apice del trascendentale: una commistione di alto e basso, di dannazione sprofondata negli abissi del tempo e dello spazio e di sublimazione metafisica delle immagini che rendono il film di Tarr un'epopea sensoriale senza (e fuori dal) tempo, paradigmatica della condizione umana, delle sue menzogne, delle sue dolorosissime storture. Un film sulle bugie del potere, sull'inconcludente natura dolente dell'esistenza, sul baratro dal quale nessuno può dirsi esente, in quanto abitante del pianeta Terra soggetto alle vessazioni di un fato mefistofelico e delle strutture coercitive che, giorno dopo giorno, ne scandiscono la quotidianità, scavando delle fosse sempre più profonde dalle quali è davvero difficile sottrarsi. Tutto avviene senza infingimenti, in una visione nella quale la temporalità è resa col massimo del realismo e della verosimiglianza attraverso piani-sequenza interminabili e scene infinite: non un tour de force fine a se stesso, ma un'esperienza alla quale abbandonarsi con il corpo e con lo spirito, sprofondando nelle secche e nei tantissimi momenti preziosi di una messa in scena irripetibile, a metà tra onirismo malato e agghiacciante verismo. L'Apocalisse è (già) qui, è ora, è arrivata e non ce ne siamo nemmeno accorti; Tarr, tra i maggiori registi viventi, ce ne riversa addosso l'eco profondissima, con tutta la spietata consapevolezza di un uomo e di un filosofo delle immagini. Le lande desolate, al cinema, non hanno mai avuto tale imponente e derelitta grandezza. Fotografia capolavoro di Gábor Medvigy. Dal romanzo di László Krasznahorkai.

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