La locandina del film "So Long, My Son"

So Long, My Son

Di jiu tian chang

GENERE:

Drammatico

NAZIONE:

Cina

Anno:

2019

Durata:

180 min

Formato:

col

Una scena di "So Long, My Son"

Yaoyun (Wang Jingchun) e sua moglie Liyun (Yong Mei) non riescono a superare il lutto per la scomparsa del figlio, così decidono di cambiare vita, scappando dal paese natale e trasferendosi in città. Proveranno a ricominciare da zero, adottando un ragazzo e proiettando su di lui tutte le aspettative di una rinascita che stenta a palesarsi, provocando non pochi turbamenti alla famiglia.

Dramma familiare che attraversa tre generazioni, So Long, My Son è una metafora solidissima e potente della Cina contemporanea, un paese in costante equilibrio precario, dove i fasti del passato non sono più sufficienti per far fronte alla grave crisi odierna. La famiglia al centro della vicenda non riesce infatti a superare un grave lutto, ancora nel cuore e nella memoria di tutti, cercando una via di fuga nell'alienazione e nella sottrazione degli affetti anziché affrontare di petto i problemi del passato. I bei tempi andati (come ci ricorda a più riprese il testo della struggente Auld Lang Syne) sono costantemente minacciati da una società troppo frenetica che per molti può risultare impossibile da afferrare (come simboleggiano da un lato il continuo passaggio di un treno e dall'altro la suoneria monofonica del cellulare). Solamente grazie a una profonda pausa di riflessione e a un abbraccio sentito nei confronti degli affetti dimenticati si potrà volgere verso un nuovo inizio, una nuova nascita. Wang Xiaoshuai segue con sguardo riservato ma puntuale il tragico percorso dei suoi personaggi, dimostrando (soprattutto nella fase iniziale) di saper gestire al meglio l'apparato cinematografico per raccontare il dolore senza retorica o elementi ricattatori. Con una narrazione ellittica e non lineare da un punto di vista cronologico, tocca diversi elementi che raccontano trent’anni di storia cinese (il tutto parte dagli anni 80 del ventesimo secolo) e, in particolare, la politica del figlio unico, che si trasforma in uno spunto di grande rilievo all’interno di tutta la durata della pellicola. Il risultato è film sicuramente non semplice e piuttosto difficile da digerire (complice anche la durata non proprio accomodante), ma capace di emozionare, regalare momenti di enorme potenza visiva e forte di una sceneggiatura che non ha cali da segnalare. Le prime sequenze, soprattutto, sono da pelle d’oca. Presentato in concorso al Festival di Berlino 2019, dove i due protagonisti sono stati riconosciuti come miglior attore e miglior attrice della competizione.

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