La locandina del film "Suspiria"
Una scena di "Suspiria"

Berlino, anni Settanta. Susie (Dakota Johnson), giovane e ambiziosa ballerina americana, entra a far parte di un’accademia di danza, guidata dalla severa Madame Blanc (Tilda Swinton). All’interno dell’edificio, però, si annida un’oscura e inquietante presenza di cui si accorgerà molto presto anche la nuova arrivata.

Un anno dopo Chiamami col tuo nome (2017), Luca Guadagnino raccoglie una sfida difficilissima ed entra nelle pieghe più intime e autoriali dell'horror, appropriandosi, in maniera personalissima, del classico realizzato da Dario Argento nel 1977, non a caso anno in cui è ambientato il film. Una ipnotica discesa agli inferi che destruttura i codici più consolidati del genere di appartenenza per approdare a una deformante mappatura sulle radici del Male e la sua ineluttabile presenza, in ogni epoca della Storia, con un’acutissima ma anche amorevole e accorata coscienza della catastrofe e degli anfratti più terribili e vergognosi della Storia del Novecento. L'atmosfera plumbea del contesto storico in cui si svolge la vicenda, con l'ombra lunga del terrorismo sempre presente, si riflette negli ambienti della scuola di danza, concepita come uno spettrale luogo di terrore ora sotterraneo, ora mostruosamente ripugnante, che riprende i claustrofobici drammi da camera al femminile fassbinderiani, replicando la tagliente e spettrale durezza delle interpreti del grande autore tedesco. Quella del regista palermitano è un'opera complessa, stratificata e leggibile a più livelli, che pone al centro della vicenda i lati oscuri del processo creativo attraverso colti rimandi all'arte contemporanea, con le esibizioni di ballo messe in scena come una performance artistica concettuale, coazione a ripetere simile a un lunghissimo amplesso di morte da cui è impossibile distogliere lo sguardo. Abbandonando la ritualità degli omicidi e l'onirismo esasperato della pellicola originale, Guadagnino si concentra sul corpo e sulla fisicità dei personaggi con vivida maestria sensoriale e intellettuale, in un'opera non priva di qualche discutibile scelta stilistica, ma che riesce in ogni caso a impressionare per l'uso della colonna sonora (firmata da Thom Yorke, frontman dei Radiohead) e del montaggio (curato dal sodale Walter Fasano, magistrale nel dosare ellissi, shock, squarci, contrappunti, sobbalzi mai telefonati e prevedibili). Susie, figura candida e vittima degli eventi per Argento, diventa qui incarnazione dell'ossessione artistica e motore per far esplodere l'orrore, che raggiunge il suo apice nell’ambiziosa e suggestiva mezz’ora conclusiva. Il risultato è un film dal coraggio smisurato (anche per la scelta di girarlo in pellicola 35 mm) che, rischiando nella messa in scena e nella scrittura (sceneggiatura di David Kajganich, sulla base del soggetto di Dario Argento e Daria Nicolodi), rifiuta di scendere a qualsiasi compromesso e riesce a sorprendere fino alla fine. Nel cast, oltre a Dakota Johnson, spicca Tilda Swinton, impegnata in più ruoli. Piccole parti per Chloë Grace Moretz, Mia Goth, Jessica Harper, Sylvie Testud, Renée Soutendijk e Ingrid Caven, attrice e cantante tedesca che ha recitato in diversi film di Fassbinder, con cui è stata sposata dal 1970 a 1972. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2018.

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Dal 1 gennaio 2019

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