La locandina del film "Ten Years Thailand"

Ten Years Thailand

Ten Years Thailand

Un film collettivo con quattro registi thailandesi chiamati a immaginare la propria nazione a una decade da oggi. Quattro episodi per raccontare, con una visione d’insieme, gli ultimi turbolenti anni della Thailandia, ostaggio di dittature militari che si sono susseguite a intervalli regolari, l’ultima nel 2014, mettendo a tacere le pubbliche espressioni e il libero pensiero, la creatività e la diversità di vedute.

Progetto a otto mani che vede coinvolto anche Apichatpong Weerasethakul, unico regista del sud-est asiatico ad aver vinto la Palma d’Oro (nel 2010 con Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti), Ten Years Thailand è un film in quattro parti carico di spunti e suggestioni, di ambizioni metaforiche e scorci utopici, purtroppo però non sempre bilanciati e dosati a dovere. Il primo episodio (il più debole), Sunset di Aditya Assarat, fa cortocircuitare in maniera didascalica e sommaria il mondo militare e quello culturale, attraverso la storia d’amore, pennellata e accennata, tra un giovane membro dell’esercito e una ragazza che lavora in una galleria d’arte, e si sofferma così sulle fratture, leggibili in filigrana, tra due mondi così diversi, nei quali rigidità e artisticità sono destinate a collidere. Il secondo (il più d’impatto), Catopia di Wisit Sasanatieng, già regista del film cult Tears of the Black Tiger (2000), si affida, con stile da guerriglia vigoroso e traballante, alla raffigurazione di una distopia in computer grafica in cui un uomo è l’unico sopravvissuto in mezzo a un’umanità interamente trasformata in felini (il gatto thai è uno dei simboli del paese e l’icona nazionale viene deformata con esiti tragici e violenti, grotteschi e caricaturali): notevole nelle premesse, verboso e un po’ pretestuosamente post-apocalittico negli esiti. Il terzo, Planetarium di Chulayarnnon Siriphol (il più folle), è un vero e proprio trip a acido lisergico nel quale le emanazioni del potere, anche metodiche e catodiche (telecamere a circuito chiuso, camere di controllo), vengono affrontate di petto fino a spingerle alle soglie dell’installazione videoartistica e della parodia amarissima e sferzante, ben esemplificata dal bisogno di volti fissi e felici, impostati a forza verso un’innaturale (e satirica) serenità. L’ultimo, e il migliore dei quattro, Song of the City di Apichatpong Weerasethakul, è la netta prosecuzione degli ultimi lavori del regista di Tropical Malady (2004) ed è il più intimamente politico del pacchetto, nel senso etimologico di “sociale”: attraverso un rapporto ieratico e problematico con lo spazio urbano condiviso ma anche con le zone erronee del privato, il regista scomoda i fantasmi del suicidio della sua nazione, lavora sul confine tra terreno e alieno attraverso protesi visive e personaggi indefiniti, echeggia un altrove impossibile e turbato, mosso soltanto da un refolo di vento e dal flusso della Storia (per altro istoriata) che scorre parallela al destino degli uomini. Il progetto ha preso vita da un analogo film di Hong Kong censurato in Cina, i cui produttori volevano espandere il format in altri paesi asiatici (anche Giappone e Taiwan hanno aderito). Indiegogo riferisce all’interno del progetto anche un segmento diretto da Chookiat Sakveerakul, ma nella versione presentata tra le proiezioni speciali di Cannes 2018 quest’episodio non è presente.

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