La locandina del film "Toglimi un dubbio"

Il quarantenne Erwan (François Damiens) lavora come artificiere esperto nel disinnesco di bombe e mine che risalgono alla Seconda Guerra Mondiale. La sua professione così rischiosa non è niente in confronto al caos della sua vita privata, un vero e proprio campo minato: sua figlia Juliette (Alice De Lencquesaing) è incinta ma non sa e non vuole sapere chi è il padre, mentre un test medico rivela a Erwan che l'uomo che l'ha cresciuto non è il suo vero padre. Mettendosi alla ricerca del genitore biologico individua il settantenne Joseph (André Wilms) e si innamora della travolgente Anna (Cécile de France).

A partire da delle premesse “esplosive” legate al personaggio principale e ispirandosi alla lezione del cinema di Claude Sautet e in particolare al suo È simpatico, ma gli romperei il muso con Yves Montand, la regista Carine Tardieu ha messo in piedi una ronda familiare delicata e profonda, giocata su un registro giocoso ma mai lezioso, sottilmente e amaramente ironico e dunque irrimediabilmente profondissimo. Incentrato sull’impossibilità di mantenere il controllo sulla propria vita nel momento in cui gli imprevisti provvedono a infiammarla e sabotarla, Toglimi un dubbio vede il protagonista, interpretato dal sempre misurato e sfaccettato Damiens, prestarsi ottimamente al ruolo del reduce dell’Iraq e dell’Afghanistan, una figura che non si vede quasi mai nel cinema europeo: corpulento e appesantito dalla malinconica e da un evidente travaglio esistenziale dai connotati quasi infantili, il suo Erwan è il cuore e l’anima del film e non è un caso se il suo leggero venir meno, in termini di minutaggio, generi un piccolo calo di tono e di livello nella seconda del film. Che rimane, però, un’incisiva e toccante pellicola sulla famiglia o, per meglio dire, su tutte le famiglie possibili e la loro peculiare, molteplice, inesauribile idea di infelicità e di tenerezza («La gente ha sempre un secondo fine e, alla fine, siamo tutti soli»). Impostato come un’investigazione dai contorni psicoanalitici, il film della Tardieu riflette anche sul concetto antico e desueto di militanza, tra gag (un cane di nome Pinochet cui “è bellissimo dare ordini”) e nostalgia mai ottusa e banale, ma non si preclude nemmeno un tocco da commedia sentimentale (e familiare) degli equivoci, galvanizzata oltretutto dall’ambientazione in Bretagna e dai frastagliati e ancestrali scenari del golfo di Morbihan e della riviera di Etel. La scrittura non è sempre dosata al punto giusto, ma il disegno d’insieme, anche grazie alla bravura degli interpreti, convince e commuove, tra amori e ossessioni costellati da odissee degne della saga degli Atridi. Magnetica e molto erotica Cécile de France nei panni di una donna tanto granitica quanto piena di crepe e fallimenti amorosi: feritoie attraverso le quali lasciar filtrare le tante sfumature del suo personaggio, alla ricerca di una pacificazione impossibile e con una madre che “voleva occuparsi di tutti i mali del mondo”, tranne sua figlia”. Spassosissima la scena del preservativo in spiaggia usato come palloncino e molto bello il finale sulle note di Ma fille di Serge Reggiani. Presentato alla Quinzaine des réalisateurs a Cannes 2017.

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Dal 21 giugno 2018

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