La locandina del film "I tre giorni del Condor"
Una scena di "I tre giorni del Condor"

Joseph Turner, nome in codice Condor (Robert Redford), è un agente della CIA: la sua sezione analizza romanzi stranieri di spionaggio per ricavare informazioni utili. Quando tutti i suoi colleghi vengono uccisi l'uomo, scampato per caso, sarà costretto a districarsi in un gioco forse troppo pericoloso.

Nel livido inverno di New York, Condor si aggira per le strade stretto nel suo cappotto, bersaglio e simbolo di una sconfitta che va ben oltre i confini dello spy movie. È la solida cornice che regge un quadro i cui piccoli difetti (come l'intreccio un po' macchinoso e un liberale poco credibile che lavora per la CIA) svaniscono nella visione d'insieme, bilanciata tra gioco edonistico e racconto pessimista, dove la lezione di Hitchcock, trasferita in un contesto paranoico, proietta le ombre dei temi d'autore sulle maglie del genere. Condor è un common man incappato in una tela mortale e circondato da un nugolo di solitudine – stemma della mutata stagione sociale dell'America che in quegli anni usciva dal Watergate e dal Vietnam – sintetizzato dall'ultimo fermo immagine, un volto tra la folla alla ricerca di anonimato e pubblica denuncia, ultima contraddizione di uno scacco esistenziale, sociale, storico. Nella più pura tradizione della New Hollywood, i protagonisti sono spigolosi, gli antagonisti emblematici, espressione di un cinismo naturale prima che politico, interpretati da un terzetto d'attori in stato di grazia: Redford, Cliff Robertson e il killer filosofico di Max von Sydow. È il suo monologo finale a consegnare la macchina del thriller a una più inquietante e riuscita riflessione sull'uomo contemporaneo e sul suo negativo destino: condannato a non fidarsi di nessuno, ad essere un paria solo perché incapace di sottomettersi alla spietata logica capitalista che ha piegato il mondo intero.

Nei cinema

In TV

In streaming