La locandina del film "La casa sul mare"
Una scena di "La casa sul mare"

In pieno inverno, in una Calanca vicino a Marsiglia, Angela (Ariane Ascaride), Joseph (Jean-Pierre Darroussin) e Armand (Gerard Méylan) si riuniscono per avvicinarsi al padre ormai molto anziano. Si traccia un bilancio esistenziale di una famiglia e di tanti anni trascorsi ma, nel frattempo, al porto del luogo stanno per approdare alcune barche...

In uno scenario da sogno, le Calanche marsigliesi, il regista francese Robert Guédiguain, nativo anch’egli di Marsiglia, ambienta uno dei suoi film più ambiziosi: una riunione di famiglia dai contorni malinconici e disillusi impostata fin dalle prime battute come una divagazione carica di rimpianto e di struggimento - anche politico, in prima misura - sul tempo trascorso e su ciò che ci si è lasciati alle spalle in termini di ideali e di promesse. «Cos’è cambiato? Noi», asseriscono i protagonisti, emblemi di un disincanto tipicamente contemporaneo soprattutto per quanto riguarda l’ideologia comunista, in passato sulle barricate e oggi costretta a fare i conti con tempi diversi, più farraginosi, più incerti, meno granitici. Sospesi a metà tra un treno che passa, forse per l’ultima volta, e un mare accarezzato dal sole, splendente ma effimero, i personaggi dell’autore francese sono uomini e donne della borghesia francese di bocca buona (bobo, si direbbe, bourgeois-bohémien) animati a una vitalità un po’ sfatta e ammaccata, stropicciata e contraddittoria. La cornice atmosferica deliziosa e la buona mano del regista francese dal punto di vista formale e visivo costituiscono senz’altro un punto di forza, ma dal punto di vista ideologico il film è purtroppo vittima dello stesso scacco e punto di vista dei personaggi che racconta. Leggerlo come una favola sul ritorno del comunismo sarebbe troppo approssimativo e semplicistico (vedi l’arrivo dei bambini africani nel finale, una soluzione anch’essa grossolana), perché, nonostante le buone intenzioni, la visione di Guédiguain è vittima dello stesso scacco dei personaggi che racconta: un punto di vista fintamente empatico ma in realtà sostanzialmente anaffettivo e di facciata sulle cose del mondo. Un aspetto cruciale e una contraddizione forte su cui anche e soprattutto il cinema di sinistra dovrebbe oggi interrogarsi in profondità, piuttosto che limitarsi ai vagheggiamenti in punta di lacrima e un po’ incerti del film. Cast comunque in ottima forma, su tutti il bravissimo Jean-Pierre Darroussin e la sempre incantevole Anaïs Demoustier. In concorso a Venezia 2017.

Nei cinema

In TV

In streaming