Reduce da uno scontro senza esclusione di colpi con il padre Alexander Zalachenko (Georgi Staykov) e accusata di omicidio, Lisbeth Salander (Noomi Rapace) è ricoverata in ospedale in attesa di essere processata. Per sventare i piani dell'organizzazione criminale che la vuole morta, chiede aiuto al giornalista Mikael Blomkvist (Michael Nyqvist): dovrà affrontare gli oscuri incubi di un passato inconfessabile.
Capitolo conclusivo della saga ispirata ai romanzi di Stieg Larsson, diretto da uno svogliato Daniel Alfredson (già regista del precedente La ragazza che giocava con il fuoco, 2009). La sceneggiatura di Ulf Ryberg arranca tra incoerenze e stereotipizzazioni, concentrandosi sulle psicologie (comunque estremamente superficiali) dei personaggi e trascurando l'apparato narrativo, appesantito da un intreccio sconclusionato e poco credibile. Piatto nel contenuto e nella forma (desolante la mancanza di qualsivoglia guizzo visivo), il film banalizza tematiche che avrebbero potuto risultare assi più disturbanti e incisive (la latente misoginia di una società che elegge a capro espiatorio la figura femminile). Unica nota di vago interesse, una protagonista sempre più iconica e punk, incarnata con la consueta maestria da Noomi Rapace. Irrilevante. Musiche di Jacob Groth, fotografia di Peter Mokrosinski.