News
Fino all'ultimo respiro - Le vostre analisi!
Al termine del webinar dedicato all'analisi di Fino all'ultimo respiro di  Jean-Luc Godard abbiamo chiesto ai partecipanti di scrivere un'analisi relativa al film. Ecco le più interessanti:

"C'est vraiment dégueulasse!": nausea, disgusto e morte in À bout de souffle
di Alessandro B.

L'ultima frase pronunciata da Michel Poiccard prima di morire è un'affermazione piuttosto ambigua che può essere tradotta come "Tutto è veramente disgustoso, il mondo fa davvero schifo", anche se il commissario di polizia cinicamente la rende come "Ha detto che lei è schifosa" colpevolizzando Patricia che però non conosce l'espressione e si rivolge perplessa al pubblico con un lungo sguardo fisso in macchina, per poi girarsi di spalle offrendo all'obiettivo la sua nuca, su cui appare la scritta FIN.
Il termine era già comparso altre volte nel film, così come i numerosi riferimenti alla morte: quando Michel irrompe in casa di Liliane, e dopo avere flirtato le chiede dei soldi, lei dice esasperata: "Tu es dégueulasse"; quando lascia Patricia all'appuntamento con il giornalista, al termine della celebre sequenza nell'auto scoperta: "Je ne veux plus te voir. Fous le camp, dégueulasse!", durante l'intervista a Parvulesco in aeroporto, tra le tante risposte, alla domanda se ama la musica di Chopin: "Dégueulasse" e subito dopo dichiara la sua più grande ambizione: "Devenir immortel et puis...mourir".
Oltre ovviamente all'omicidio del poliziotto in moto e tutti i riferimenti a quell'episodio attraverso i giornali, le insegne luminose e le indagini della polizia, il tema della morte compare molte volte, almeno quattro solo nella lunga sequenza girata nella camera della ragazza nell'Hotel de Suède.
Michel: "Pensi mai alla morte? Io continuamente" e poi racconta la storiella del condannato a morte che sembra anticipare la propria fine; Patricia prima cita Romeo e Giulietta, poi riferendosi a Faulkner: "Cosa sceglieresti tra il dolore e il nulla?", "Il dolore è stupido, io sceglierei il nulla, non è molto meglio ma il dolore è un compromesso, o tutto o niente" e prima di uscire: "sono stanco, morirò" che anticipa il prefinale, dopo la confessione del tradimento: "Ne ho abbastanza, sono stanco. Voglio dormire." Il loro rapporto non ha futuro, tra i due c'è una grande incomprensione, le parole non sono ascoltate, le domande non hanno risposta, lui agisce impulsivamente, lei è molto indecisa, si sposta a vuoto sia all'aperto, sia all'interno della propria stanza o dello studio fotografico, ma alla fine prenderà una decisione definitiva, probabilmente con la sensazione che la morte resti la sola via d'uscita per Michel dopo la negazione dell'amore come possibile via di salvezza.
A differenza di quanto avverrà nei decenni successivi, il primo Godard cercava di non occuparsi di politica (anche se il suo secondo film Le Petit Soldat (1960), verrà bloccato proprio per i riferimenti all'attualità), ma non è possibile isolare À bout de souffle dal periodo storico in cui viene concepito e realizzato; la Francia della seconda metà degli anni Cinquanta è un paese instabile, lacerato dalla guerra d'Algeria, situazione che porterà alla riforma costituzionale della V Repubblica ed all'elezione come Presidente del generale De Gaulle nel 1958. Il pensiero filosofico e sociale è dominato dalle personalità di Jean-Paul Sartre e Albert Camus, che aveva ricevuto il Premio Nobel per la letteratura proprio nel 1957 (a Sartre sarà assegnato nel 1964 ma verrà rifiutato). I temi fondamentali dei due autori, con le dovute differenze, sono proprio la precarietà della vita, la banalità dell'esistenza, l'angoscia, la disperazione, il vuoto emotivo; l'assurdità della condizione umana deriva dalla divergenza tra le aspettative delle persone e la dura realtà dei fatti.
Senza tentare improbabili disquisizioni filosofiche proviamo solo un breve parallelo con la più nota ed accessibile tra le opere di Camus, Lo straniero (L'Étranger, 1942). Il protagonista, Meursault, è un insignificante impiegato nell'Algeria degli anni Trenta e vive una squallida quotidianità totalmente indifferente a quanto gli accade, dalla morte della madre alla relazione con una donna che dichiara di amarlo, nella sua vita tutto accade fatalmente e senza controllo; sembra lontanissimo da  Michel Poiccard, istintivo e passionale, eppure i due sono accomunati dalle modalità con cui uccidono una persona che non conoscono, utilizzando un'arma che si ritrovano in mano senza neanche sapere il perché (e nella sequenza finale del film Michel, raccogliendo una pistola che non voleva prendere, firmerà la sua condanna) e soprattutto dalla totale assenza di rimorso e dal disinteresse verso le conseguenze del proprio gesto.
Nel caso di Meursault tutta la seconda parte del libro è dedicata al processo, che ricostruendo nei dettagli la sua vita diventa più morale che giuridico fino all'esecuzione capitale, per quanto riguarda Michel lo seguiamo solo per due giorni dove, impegnato da donne, telefonate, auto e ricerca di soldi, non c'è mai un pensiero per la persona uccisa e l'epilogo sarà inevitabilmente lo stesso. In entrambi i casi prevale esclusivamente una verità negativa: nessuna conquista personale o sociale sarà mai possibile e la conclusione inesorabile non può essere rappresentata che dalla morte come fuga da un'esistenza che non ammette compromessi.
Maximal Interjector
Browser non supportato.